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Lasciar andare

Sarebbe tutto più facile: chiudere gli occhi e lasciarti andare. Ricominciare da capo, come se nella mia vita, tu non ci fossi mai stata.

Invece no,tu ci sei stata. Sempre. E sarebbe ingiusto, sarebbe forse meschino fingere il contrario. Sarebbe facile, ma non è così. Ci sei stata sempre, e ora non più. Vorrei solo riuscire ad accettarlo, e andare avanti. Conservare tutti i ricordi, tutti i momenti belli che abbiamo passato insieme. Preservarli dalla memoria, che lentamente sbiadisce, e irrimediabilmente li affievolisce.

Ho paura di dimenticare il suono dolce della tua voce, la tua risata disarmante, il colore dei tuoi occhi, quasi uguali ai miei, il tuo viso. Perciò chiudo gli occhi e ti vedo. E mi manchi, come mi manca l’aria, in questo momento.

Dovrei lasciarti andare, ma non voglio. Resto aggrappata al tuo ricordo, a noi due sedute su una panchina di Parigi a mangiare una baguette; a farci una passeggiata nel parco di Varsavia; a quando mi hai regalato quel peluche che non so più dov’è; a fumarci una sigaretta su quella panchina di Pomezia; ai giri per negozi che facevamo insieme; alle giornate al mare a Torvajanica; alle passeggiate con i cani; ai pomeriggi in giardino; al concerto di Giorgia; al viaggio a Milano; all’ultima foto che ci siamo fatte insieme, al concerto di Jovanotti.

Dovrei lasciarti andare, ma riesco solo a pensare a tutto quello che non sarà. A tutto quello che non faremo mai più. A tutti i viaggi che volevamo fare insieme, e che farò da sola, o con qualcuno che non sarà te. Ti prometto che andrò sia a Dublino, che in Scozia, a passeggiare per quelle sconfinate verdi colline; ti prometto che andrò a vedere se è veramente così bella, New York. Ti prometto che la toccherò con le mie mani, la sabbia bianca di Zanzibar. Te lo prometto. Tu, ti prego, però promettimi che ci sarai nelle mie giornate tristi; promettimi di dirmi che mi vuoi bene lo stesso quando, dopo un esame vorrò chiamarti per dirti che non è andato bene; promettimi che sarai accanto a me il giorno delle mia laurea; quando prenderò il primo stipendio e vorrò fuori a cena per pagare il conto io, con i miei soldi; promettimi che ci sarai quando incontrerò l’amore e vorrò fartelo conoscere, e gli racconterò di te, della persona meravigliosa che eri; e se un giorno mi sposerò, promettimi che sarai lì. Promettimi che ci sarai se avrò un figlio, che vorrò assolutamente fartelo tenere in braccio. Promettimi che mi terrai la mano per tutti i giorni della mia vita. Promettimi che sarai nei miei passi, ad ogni strada che sceglierò di percorrere; che sarai nei miei occhi, in ogni cosa che guarderò. E promettimi che sarai la mia luce, che mi guiderà quando l’unica cosa che vedrò sarà solo il buio. Promettimi che mi vorrai sempre bene, che non ti dimenticherai mai mai e poi mai di me. Perché io ti prometto che ogni giorno, guarderò su nel cielo e vedrò i tuoi occhi azzurri, sapendo che tu sarai lì, a guardarmi a tua volta. E ti vorrò sempre più bene, ogni giorno di più. E promettimi che presto farà meno male, che potrò pensare a te senza piangere. Promettimi che ti ricorderò sorridendo, per sempre.

Devo lasciarti andare, ma so che mi restano infiniti ricordi. E mi resteranno per sempre. Perché so che in me, vivrà per sempre una parte di te, Mara.

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E adesso?

Mi sono laureata.

Pensavo che non ce l’avrei mai fatta, e invece è andata bene, mi sono laureata, in tempo, e sono anche molto molto contenta. È andato tutto bene.

E ora non riesco a fare altro che chiedermi “E adesso? Che farò ora?” E in un attimo mi sembra di essere tornata a qualche anno fa, all’estate dopo la maturità, in cui dovevo decidere che fare della mia vita. E in un attimo sento di nuovo quell’angoscia, quell’ansia, quella paura opprimente delle decisioni importanti, perché beh, avrei dovuto decidere del mio futuro. Ed eccomi qua, di nuovo, con la stessa angoscia, con la medesima ansia di quel momento. Senza sapere che farne della mia vita. Con la solita domanda, troppe paure, e nessuna risposta.

La fine di un qualcosa destabilizza. Ci si abitua a tutto, alla solita routine, allo stesso lavoro, allo studio, a una vita insieme a qualcun altro, o alla vita in generale. Ma poi ad un certo punto la fase in cui ci troviamo finisce. E pure noi finiamo col culo per terra. E allora? Che si fa in questi casi? Come ci si alza? Da dove si parte? Cosa devo fare, a parte iperventilare?

Alle-ansia.

Sento un peso sul petto e la pancia dolorante. Faccio un respiro profondo per cercare di tranquillizzarmi e lo sento spezzarsi a metà. Allora deglutisco ma l’aria mi resta in gola, e mi sembra di soffocare. E’ lì che capisco: è l’ansia. Stai tranquilla mi dico, va tutto bene. Va tutto bene. E cerco di continuare a fare quello che stavo facendo come se niente fosse. Perché va bene avere l’ansia, è normale. Mi ripeto. Ma io no, non ce la faccio. Lascio che mi assalga e si impossessi di me, che prenda il controllo, e mi risucchi lentamente, da dentro il mio stesso corpo, lasciandomi sfiancata e sfinita, a terra. Immobile, senza riuscire a rialzarmi. Non riesco ad oppormi. Resto immobile, aspettando che passi. Non riesco a fare nient’altro. E intanto tutta la mia attenzione è su di lei, e su di me che continuo a chiedermi quando finirà. Quando smetterò di avere paura?

Ci sono giorni in cui sento solo una cosa: l’ansia. La maggior parte delle volte la gestisco. Altre no. E allora vorrei sentire qualcosa di diverso, accelerare il processo, fare in modo che finisca subito, che devo tornare a fare quello che stavo facendo. Ché non ho voglia di fermarmi a tremare su un pavimento, col cuore in gola e il respiro spezzato. Dicono che l’ansia dovrebbe essere la mia migliore alleata. Ma io non la accetto. Cerco di respingerla, la vedo come un nemico, che vorrei sconfiggere. Ma a quanto pare non funziona così. E nel frattempo, lei distrugge me.


Come negli amori grandi.

Capita spesso, come negli amori grandi, che mi giro a cercarti, aspettando di vederti, e non ti trovo.

Ogni tanto ti incontro per strada. Negli occhi di qualcuno che mi passa davanti, nei capelli legati di chi è laggiù, nelle gambe lunghe di quel ragazzo che corre in cima alla strada, nelle spalle larghe dell’uomo col cane, nel sorriso di quel bambino in bici, ma soprattutto nelle voci, un po’ di tutti quelli che mi sembra parlino come te, o di te, o con me, e ogni volta che mi giro a cercarti, al suono di una voce che sembra la tua, aspettandomi di trovarti lì, tu non ci sei. Come è ovvio che sia, avendo due vite diverse. Non lo so, perché mi aspetto qualcosa da te. O perché mi aspetto di vederti comparire all’improvviso girandomi. E nemmeno perché continuo a sentire la tua voce ovunque, o almeno così mi sembra. Forse perché la prima cosa è stata la voce. Dritta allo stomaco. Che sarei rimasta a sentirti parlare per tanto, tanto tempo.

Ché il nostro, non lo è stato per niente, un amore grande. E nemmeno un amore. Che cos’è stato non lo so. Avrei voluto capirlo, prima di dovermi arrendere alla banale risposta del niente, non è stato niente

F col codino.

Mi ero ripromessa che non avrei scritto di te, che tanto non eri nessuno. Mi ero ripromessa di non crederci, ché era tutto un gioco. Mi ero ripromessa di non aspettarmi niente, che sennò ci restavo male. Mi ero ripromessa di non salvarlo in rubrica, il tuo numero, che presto saresti sparito. Mi ero ripromessa di non parlarne con nessuno, di te, che sennò come tutte le cose belle, una volta dette ad alta voce, si consumano e finiscono. 

E invece, in quest’ordine, ho:

parlato di te con le mie amiche; che eri così bello, anche se un po’ troppo alto. Con quella voce grossa, da farmi venire la pelle d’oca ad ogni parola, e il codino con gli elastici colorati. Le tue labbra, i morsi che gli ho dato (un buon baciatore è difficile da trovare) e le mani, grandi. 

ci ho creduto, ma subito dopo soltanto sperato;

ho salvato il tuo numero in rubrica. Ci ho messo un mese per farlo, perché non ci credevo, perché pensavo che saresti durato poco e sparito presto. Ma tu insistevi, continuavi a farti sentire, continuavi a farti strada nella mia quotidianità, che usavo come scudo. E allora poi ho ceduto. Senza cognome però. Perché per quanti F possa conoscere, volevo che tu fossi quello salvato soltanto col nome, come non faccio mai. E l’emoticon di un orso, quella che ti somiglia, e che mi fa ridere.

e lì ho iniziato a sperarci. Perché tutto sembrava diverso.

e poi ho iniziato ad aspettarmi cose. E lì l’ho sentita, la morsa allo stomaco. Perché una sensazione che conosco bene è quella delle cose che sembrano belle, e poi forse lo sono anche, ma che finiscono presto. E ogni volta, c’è sempre quella stretta che per un secondo mi mette in pausa la vita e prova a darmi suggerimenti, come il più bravo della classe che vuole aiutarmi, ma io non lo ascolto, per orgoglio, voglio fare di testa mia, e prendo 3. Una stretta che è diversa da quella della paura che qualcosa possa andare male, o finire, perché è una certezza che pian piano si materializza in un paio di occhi fissi nei miei (quando sono fortunata) che mi rovesciano addosso una secchiata d’acqua gelida. E mi ripeto che ero preparata, che dentro di me lo sapevo che sarebbe successo ad un certo punto, e faccio finta di non sentirlo, il freddo che si fa spazio tra gli strati di vestiti e arriva dritto al petto, e come nel migliore dei gavettoni, mi ritrovo fradicia dalla testa ai piedi.

ma soprattutto mi ero ripromessa di non scrivere niente, anche se volevo farlo dal primo momento, ché mi sembrava una cosa bella, che volevo raccontare, che non volevo dimenticare. Ma non l’ho fatto perché avevo paura che poi ci sarebbe stata una qualche sorta di autocombustione cosmica per il solo fatto di averla fatta uscire dalla mia testa. E infatti, eccola. Le cose vanno come devono andare, e la paura che tenendole tra le mani le sciupiamo, è insana. Le cose si rovinano comunque. Cadono a terra e si frantumano, anche se cerchiamo di tenerle al sicuro.

Ma a volte no, a volte resistono, a volte sono dure abbastanza da cadere e non rompersi, rimbalzare soltanto. Tutto sta nel capire di cosa sono fatte. E lo si riesce a fare soltanto nell’istante esatto del volo verso terra, quello in cui quando ti scivola una tazza dalle mani chiudi forte forte gli occhi e speri non si rompa, ma dentro di te sai già che andrà in frantumi.

Che cosa mi sei successo a fare?

Finisce così?

Una gran bella fine di merda, per due come noi. Ma va bene così, chè forse non siamo stati niente. O forse qualcosa di vero c’è stato. Non lo sapremo mai. E io non ce la faccio ad arrendermi al fatto che finisca così. Senza averci nemmeno provato. Perché se tutto succede per una ragione, qual è il motivo per cui ci siamo incontrati? Qual è la lezione che dovrei ricavare da tutto questo? Non riesco proprio a vederlo, né il senso né l’insegnamento, di questa storia. Riesco solo a chiedermi, che cosa mi sei successo a fare?

Perché sei piovuto dal cielo in una giornata di sole con una pasta al ragù davanti? Perché mi sei successo su una terrazza vista mare e mi hai fatto smettere di pensare? Perché mi sei successo a una stazione di benzina nel cuore di una notte strana, e mi hai fatto ridere. Perché mi sei successo su una pista da ballo, piena di vecchi che ballavano e mi hai fatto girare la testa? Perché mi sei successo per la strada barcollante di casa e non mi hai fatto avere paura? Perché mi sei successo nella mia camera d’albergo e mi hai fatto dire grazie senza voler lasciarti andare? Perché mi sei successo una mattina di fine settembre, col vento forte, e mi hai fatto venire voglia di vederti ancora, con un bacio dolce. Perché mi sei successo su una grata grigia che hai calpestato per la prima volta senza aver paura di cadere? Perché mi sei successo accanto ai bidoni della spazzatura da cui non volevo più scappare? Perché mi sei successo in un pezzetto di autostrada, con le canzoni di un concerto andato male a cui non volevo rinunciare? Perché mi sei successo davanti a un panino con la porchetta che adesso è il cibo perfetto per un appuntamento? E il vino buono, versato sulla mano. Perché mi sei successo seduto su un muretto dando le spalle alle luci della città ché tanto che mi frega se ci avevamo messo mezz’ora per cercare quello scorcio? Perché mi sei successo su per la salita col fiatone che non ti impediva di parlare mentre io stavo zitta, che volevo ascoltare la tua voce. Perché mi sei successo guardandomi negli occhi, e smettendomi di stringere a te? Perché mi sei successo, se poi mi hai detto che no, che era arrivato il momento di proteggersi?

Perché mi sei successo senza una ragione? Spiegamelo tu, ché io non lo riesco proprio a capire.

La nebbia.

La nebbia mi spaventa. Il non sapere cosa ci sarà al di là, il non poter vedere, l’incognita e ciò che nasconde. La nebbia avvolge e nasconde tutto. E quando l’attraversi, sparisci, totalmente, ritrovandoti fuori da ogni dimensione, perso. Abbandonato nel nulla. Chiedendoti soltanto quando ne uscirai e dove ti ritroverai.

Una delle mie più care amiche ieri mi ha detto che è stanca, del mio prendere e sparire, del mio non farmi mai sentire, del mio non chiamare, non scrivere, non esserci. Io continuo ad usare sempre la stessa scusa: non mi piace parlare per telefono. Ma non abitando nella stessa città la lontananza fisica mi impedisce di parlare di persona, con lei, con quelli che sono lontani, ma un po’ con tutti, in fondo. Quindi non chiamo, non scrivo, non mi faccio viva. Dicendo a me stessa che i rapporti forti resistono alla lontananza, che non c’è bisogno di sentirsi tutti i giorni, che non ho tempo, che tanto ci vediamo presto. E approfittando anche un po’ della mia scarsa autostima, mi dico che la mia vita insulsa non ha bisogno di essere raccontata, che nessuno se ne frega se oggi sono triste o allegra, se ho visto un film brutto o uno che faceva cagare, se ho conosciuto un ragazzo e ho preso un palo o se ne ho conosciuto un altro e sto per prenderne un’altro ancora, di palo. E alla fine passano le settimane, e i mesi prima di rivedersi. E si si finisce a parlare di stronzate, quando ci si vede.

La verità è che mi piace, allontanarmi dalle persone. Mi piace adagiarmi nella mia solitudine, annegarci, finché non mi impedisce di respirare e non so più come uscirne, se non chiedendo aiuto, ad una di quelle persone da cui mi sono allontanata. Forse è il mio bisogno di attenzioni; forse mi allontano solo per vedere se qualcuno mi viene a cercare; forse voglio soltanto stare da sola; forse vorrei soltanto sapere se gli altri tengono a me quanto io tengo a loro.

Fatto sta che io sparisco, dalla vita delle persone, dai rapporti e certe volte anche da me. E perdendomi, nella nebbia, non trovo più la strada di casa. E vorrei gridare aiuto, ma ho paura che nessuno possa o voglia sentirmi. Allora sto zitta, e annaspo, aspettando che la nebbia si diradi, così da poter trovarla, una strada.

La torta di mele.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio. Almeno avrei imparato a farlo, avrei capito prima che non è così grave, sbagliare. Ché agli sbagli, uno in qualche modo rimedia. Ma non alla paura di sbagliare, che ti lascia immobile e non ti ci fa nemmeno provare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma. Lo so che volevi soltanto proteggermi, ma adesso io non lo so fare, non so sbagliare poco, riesco solo a sbagliare in grande. Quegli errori a cui poi non so più come rimediare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma, non come dicevi tu. Che a fare gli sbagli degli altri, sono bravi tutti. Ma a fare i propri sbagli, è così difficile. Perché poi devi rimboccarti le maniche per capire come uscirne. E sono sbagli tuoi e basta, di cui puoi incolpare te e basta, nessun’altro. Perché sei stato tu a sbagliare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma, non come dicevi tu, che dovevo essere perfetta. E fare le cose bene, nel modo giusto, perché così si fanno. Punto e basta, nessuna replica. E io le facevo, nel modo giusto, cercando di farle bene, con la perenne paura di sbagliare, e le facevo male perché mai a modo mio.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare a preparare quella torta di mele, mamma. Anche se non si monta tutto insieme, ma c’è un procedimento da seguire. Prima le uova con lo zucchero, poi la farina, e il resto. Ché sennò non viene buona. Avresti dovuto farmela venire male, la torta di mele, così imparavo. E invece no, me l’hai fatta fare come dicevi tu, che non è venuta nemmeno poi così male, ma non l’ho fatta come avrei voluto, e mi resta un po’ amara, in bocca.

 

Carpe Diem

Oggi ho attaccato al muro della camera di mia nonna una scritta, di quelle carine, con i ghirigori. Una frase, in corsivo, nera, due parole: Carpe Diem.

Mia nonna di 72 anni mi ha chiesto di comprarle ed attaccarle in camera questa frase. Mi è sempre piaciuta, ha detto. Non sono stata lì ad annoiarla con la spiegazione del vero significato “oraziano”, perché sentivo che in fondo, le era piuttosto chiaro il senso, al di là del significato letterale. Che anche se non conosce Orazio, ha capito, tutto. E allora l’ho guardata, le ho sorriso e ho realizzato che io invece, non ho capito niente, della mia vita, che continua a sfuggirmi dalle mani, e nonostante tenti in tutti modi di afferrarla, continua a scivolare. Perché è semplicemente più forte, più tenace di me, che cerco inutilmente di oppormi alla corrente, senza capire che devo soltanto lasciarmi trascinare, ed imparare a nuotare nel verso giusto.

Mia nonna, la persona che capisco meno al mondo (dopo mia madre ovviamente), senza dire una parola, come al solito, mi ha fatto capire quanto faccio schifo in questo gioco del vivere. Sì, perché alla fine di un gioco si tratta, che non vince nessuno, ma non fa niente, perché il bello è soltanto giocare, cambiando le regole come più ci piace, andando nella direzione sbagliata, facendo scelte opinabili, perdendo cento volte e ripassando altre mille dal Via.

Nuovi inizi.

C’è una cosa che faccio quando inizio a sentire che la mia vita non gira più nel verso giusto, quando la sento sfuggirmi, quando qualcosa si rompe, o semplicemente sono stufa: metto in ordine la mia scrivania.

Cosa stranissima per me, disordinata cronica che non riuscirebbe a tenere ordinato un metro quadro di casa. Però in certi momenti sento il bisogno di buttare tutto all’aria, sedermi e vedere che davanti a me non c’è nulla: solo possibilità. Ed è quello che ho appena fatto. Sono tornata a casa, sono entrata nella mia stanza e ho letteralmente buttato a terra tutto ciò che c’era sulla scrivania. Mi sono seduta e sono rimasta a fissarla per un po’. Ho capito che mi serve spazio, ordine, tranquillità. Tutte cose che non ho, e che ora voglio trovare.

Un nuovo inizio, ecco di cosa ho bisogno. Anche solo metaforico, un nuovo modo per affrontare le giornate, un nuovo modo di guardare la vita. Adesso ho una scrivania vuota, ma una camera incasinatissima, perché ovviamente è tutto a terra. Ma se non mi giro a guardare, non lo vedo tutto il disordine, non vedo la confusione che c’è, è solo un ricordo, è solo passato.