Tra le tue braccia.

Sei tornato nella mia vita dopo sei mesi di totale assenza. Dove sei stato? Cos’hai fatto in tutto questo tempo? Sei stato felice almeno un po’? Ti sei divertito? Hai amato? Quanto hai bevuto? Ci hai pensato a me qualche volta? Ti sono mancata? Ti avrei voluto chiedere queste stronzate, e mille altre ancora, ma non ho avuto il tempo.

Ti ho visto per due minuti, e ringrazia che sia riuscita ad aprire bocca. Ero paralizzata, lì di fronte a te. Mi è ritornato tutto addosso, sembrava che fossimo ancora in quei giorni felici, in cui eravamo insieme. Ho capito di non averti dimenticato, ho capito che quei giorni non torneranno, ho capito che mi manchi, ho capito di averti amato senza mai dirtelo. Ti ho amato in silenzio, lentamente, con la paura di consumarlo, di finirlo, tutto il mio amore per te, e quindi me lo sono tenuta. Che idiota, eh? E adesso che ci faccio? Adesso mi sembra che mi scoppi dentro. Fa male. Fa male non poterti amare, fa male non averti qui.

Vorrei tornare indietro. Ultimamente è la cosa a cui penso di più. Vorrei tornare indietro e sistemare un paio di cose, ma giusto un paio, giuro. Vorrei non aver avuto paura. Sarei dovuta essere più coraggiosa. Le cose finiscono, comunque, a prescindere dalla nostra volontà. Me la sarei dovuta godere, la felicità, quando era lì, tutta per me. Mi sento una stupida. Vorrei tornare indietro, vorrei tornare a quando mi stringevi tra le tue braccia, e tutti i pezzi tornavano al loro posto. Vorrei tornare lì, nel posto che preferivo al mondo, perché da quando non posso più tornarci non c’è nessuno più a proteggermi.

Ero felice, tra le tue braccia, ora lo so. E adesso non faccio altro che andarmene in giro a cercare un posto che mi faccia ancora così.

Do always what you can not.

Da tre mesi mi sono trasferita. Ho iniziato una nuova vita. Nuova città, nuova casa, nuovi amici, nuova università, nuovi posti, tutto nuovo, sempre nuovo. Che poi, dopo un po’ non è più tutto così nuovo. E mi piace comunque.

Ho iniziato a fare una cosa più grande di me, che mi spaventa tantissimo. Continuo a chiedermi se ce la farò, se sono in grado, se sono abbastanza intelligente, se le mie basi sono abbastanza solide, se studio abbastanza, se sono abbastanza brava, se valgo abbastanza per fare quello che sto facendo, se sono abbastanza. Ecco. Ho ricominciato a chiedere a me stessa se se sono abbastanza.

I nuovi inizi mi rendono insicura. I nuovi inizi sono come le fini, ma quelle che non finiscono. Quelle che te le porti dietro per strada, che ti stanno attaccate addosso e che non vogliono andarsene via. E non puoi far altro che lasciarle lì, aggrappate alla tua schiena, mentre le trascini dietro tra un ponte e un altro: gli inizi, le fini e le insicurezze. Beh, poi ci aggiungerei le ansie varie, un pizzico di paranoia, la nostalgia di casa, di quello che avevi prima, qualche amico, i tuoi posti, le tue abitudini, tutto quello che guardandoti indietro ti fa pensare che lì eri al sicuro, eppure non te ne rendevi conto in quel momento. Perché pensavi solo a quanto fosse noiosa la tua vita in quel buco di culo tra le colline.

E adesso l’unica cosa che vorrei è tornare a casa, nel mio letto, nascondermi sotto il mio cuscino e rimanere lì per sempre, nascosta dalla paura che mi divora lo stomaco, dal quell’ansia che mi blocca le gambe, dagli esami, dall’umidità, dall’acqua alta, dalla vita.

Eppure non lo faccio. Perché se una cosa è certa, è che sono abbastanza, ostinata soprattutto. Quindi proverò a fare andare le cose abbastanza bene, ci proverò, l’ho giurato a me stessa. Andrà tutto bene. O almeno andrà come deve andare. Perché se c’è una cosa che mi diverte tanto, è proprio questa: fare quello che non posso fare.

Soltanto per il gusto di vedere come va a finire, perché in fondo, ma proprio in fondo, dopo tutti gli stenti, il sangue buttato, le lacrime perse, e la fatica, beh, dopo ce la faccio sempre. E perché stavolta dovrebbe essere diverso?

All’alba

Ci sono momenti in cui tutto diventa chiaro, limpido, lineare, in cui finalmente capisci cosa devi fare.

Joyce le chiamava epifanie, questi improvvisi momenti di chiarificazione. Ed è esattamente quello che è successo di fronte a quest’alba.

Saranno state le 5.30 del mattino, eravamo su quella spiaggia da tutta la notte, guardando il cielo schiarirsi e i colori del giorno riflettersi sul mare, con i piedi immersi direttamente nello spettacolo che quest’alba ci stava regalando, quando l’ho capito.

C’è stato un momento esatto in cui ho realizzato che mi sono innamorata di te, e quello dopo, che dovevo lasciarti andare.

È stato il primo momento di lucidità, dopo mesi di stenti, apnee, rincorse, salti nel buio e porte sbattute. Avevamo parlato poco prima, forse la conversazione più vera intensa e profonda che avessimo mai avuto. Mi sono incazzata, ti ho urlato, ho pianto, ho mentito, ti ho abbracciato. E tu mi guardavi, senza parlare, con quegli occhi da cane bastonato che odio con tutta me stessa, ti facevo pena, e soffrivi, perché ti stavo mostrando quanto io stessi soffrendo. Alla fine sei stato capace soltanto di dare la colpa al coraggio, che non hai mai avuto, avendo vissuto per mesi nella tua misera vigliaccheria. Mi hai abbracciato, per farmi smettere, mi hai preso tra le tue braccia grandi, e io mi sentivo a casa. E poi te ne sei andato, senza nemmeno salutare, continuando a guardarmi, senza avere le palle di dire niente. Così come hai sempre fatto.

Dietro di noi il cielo si colorava, l’alba stava spuntando, e lì l’ho capito. Mi sono innamorata di te. Ma non posso amarti, non me lo lasci fare, per quanto io c’abbia provato. E quindi devo lasciarti andare. Non c’è altro che io possa fare.

E adesso?

Mi sono laureata.

Pensavo che non ce l’avrei mai fatta, e invece è andata bene, mi sono laureata, in tempo, e sono anche molto molto contenta. È andato tutto bene.

E ora non riesco a fare altro che chiedermi “E adesso? Che farò ora?” E in un attimo mi sembra di essere tornata a qualche anno fa, all’estate dopo la maturità, in cui dovevo decidere che fare della mia vita. E in un attimo sento di nuovo quell’angoscia, quell’ansia, quella paura opprimente delle decisioni importanti, perché beh, avrei dovuto decidere del mio futuro. Ed eccomi qua, di nuovo, con la stessa angoscia, con la medesima ansia di quel momento. Senza sapere che farne della mia vita. Con la solita domanda, troppe paure, e nessuna risposta.

La fine di un qualcosa destabilizza. Ci si abitua a tutto, alla solita routine, allo stesso lavoro, allo studio, a una vita insieme a qualcun altro, o alla vita in generale. Ma poi ad un certo punto la fase in cui ci troviamo finisce. E pure noi finiamo col culo per terra. E allora? Che si fa in questi casi? Come ci si alza? Da dove si parte? Cosa devo fare, a parte iperventilare?

Lasciar andare

Sarebbe tutto più facile: chiudere gli occhi e lasciarti andare. Ricominciare da capo, come se nella mia vita, tu non ci fossi mai stata.

Invece no,tu ci sei stata. Sempre. E sarebbe ingiusto, sarebbe forse meschino fingere il contrario. Sarebbe facile, ma non è così. Ci sei stata sempre, e ora non più. Vorrei solo riuscire ad accettarlo, e andare avanti. Conservare tutti i ricordi, tutti i momenti belli che abbiamo passato insieme. Preservarli dalla memoria, che lentamente sbiadisce, e irrimediabilmente li affievolisce.

Ho paura di dimenticare il suono dolce della tua voce, la tua risata disarmante, il colore dei tuoi occhi, quasi uguali ai miei, il tuo viso. Perciò chiudo gli occhi e ti vedo. E mi manchi, come mi manca l’aria, in questo momento.

Dovrei lasciarti andare, ma non voglio. Resto aggrappata al tuo ricordo, a noi due sedute su una panchina di Parigi a mangiare una baguette; a farci una passeggiata nel parco di Varsavia; a quando mi hai regalato quel peluche che non so più dov’è; a fumarci una sigaretta su quella panchina di Pomezia; ai giri per negozi che facevamo insieme; alle giornate al mare a Torvajanica; alle passeggiate con i cani; ai pomeriggi in giardino; al concerto di Giorgia; al viaggio a Milano; all’ultima foto che ci siamo fatte insieme, al concerto di Jovanotti.

Dovrei lasciarti andare, ma riesco solo a pensare a tutto quello che non sarà. A tutto quello che non faremo mai più. A tutti i viaggi che volevamo fare insieme, e che farò da sola, o con qualcuno che non sarà te. Ti prometto che andrò sia a Dublino, che in Scozia, a passeggiare per quelle sconfinate verdi colline; ti prometto che andrò a vedere se è veramente così bella, New York. Ti prometto che la toccherò con le mie mani, la sabbia bianca di Zanzibar. Te lo prometto. Tu, ti prego, però promettimi che ci sarai nelle mie giornate tristi; promettimi di dirmi che mi vuoi bene lo stesso quando, dopo un esame vorrò chiamarti per dirti che non è andato bene; promettimi che sarai accanto a me il giorno delle mia laurea; quando prenderò il primo stipendio e vorrò fuori a cena per pagare il conto io, con i miei soldi; promettimi che ci sarai quando incontrerò l’amore e vorrò fartelo conoscere, e gli racconterò di te, della persona meravigliosa che eri; e se un giorno mi sposerò, promettimi che sarai lì. Promettimi che ci sarai se avrò un figlio, che vorrò assolutamente fartelo tenere in braccio. Promettimi che mi terrai la mano per tutti i giorni della mia vita. Promettimi che sarai nei miei passi, ad ogni strada che sceglierò di percorrere; che sarai nei miei occhi, in ogni cosa che guarderò. E promettimi che sarai la mia luce, che mi guiderà quando l’unica cosa che vedrò sarà solo il buio. Promettimi che mi vorrai sempre bene, che non ti dimenticherai mai mai e poi mai di me. Perché io ti prometto che ogni giorno, guarderò su nel cielo e vedrò i tuoi occhi azzurri, sapendo che tu sarai lì, a guardarmi a tua volta. E ti vorrò sempre più bene, ogni giorno di più. E promettimi che presto farà meno male, che potrò pensare a te senza piangere. Promettimi che ti ricorderò sorridendo, per sempre.

Devo lasciarti andare, ma so che mi restano infiniti ricordi. E mi resteranno per sempre. Perché so che in me, vivrà per sempre una parte di te, Mara.

Alle-ansia.

Sento un peso sul petto e la pancia dolorante. Faccio un respiro profondo per cercare di tranquillizzarmi e lo sento spezzarsi a metà. Allora deglutisco ma l’aria mi resta in gola, e mi sembra di soffocare. E’ lì che capisco: è l’ansia. Stai tranquilla mi dico, va tutto bene. Va tutto bene. E cerco di continuare a fare quello che stavo facendo come se niente fosse. Perché va bene avere l’ansia, è normale. Mi ripeto. Ma io no, non ce la faccio. Lascio che mi assalga e si impossessi di me, che prenda il controllo, e mi risucchi lentamente, da dentro il mio stesso corpo, lasciandomi sfiancata e sfinita, a terra. Immobile, senza riuscire a rialzarmi. Non riesco ad oppormi. Resto immobile, aspettando che passi. Non riesco a fare nient’altro. E intanto tutta la mia attenzione è su di lei, e su di me che continuo a chiedermi quando finirà. Quando smetterò di avere paura?

Ci sono giorni in cui sento solo una cosa: l’ansia. La maggior parte delle volte la gestisco. Altre no. E allora vorrei sentire qualcosa di diverso, accelerare il processo, fare in modo che finisca subito, che devo tornare a fare quello che stavo facendo. Ché non ho voglia di fermarmi a tremare su un pavimento, col cuore in gola e il respiro spezzato. Dicono che l’ansia dovrebbe essere la mia migliore alleata. Ma io non la accetto. Cerco di respingerla, la vedo come un nemico, che vorrei sconfiggere. Ma a quanto pare non funziona così. E nel frattempo, lei distrugge me.


Come negli amori grandi.

Capita spesso, come negli amori grandi, che mi giro a cercarti, aspettando di vederti, e non ti trovo.

Ogni tanto ti incontro per strada. Negli occhi di qualcuno che mi passa davanti, nei capelli legati di chi è laggiù, nelle gambe lunghe di quel ragazzo che corre in cima alla strada, nelle spalle larghe dell’uomo col cane, nel sorriso di quel bambino in bici, ma soprattutto nelle voci, un po’ di tutti quelli che mi sembra parlino come te, o di te, o con me, e ogni volta che mi giro a cercarti, al suono di una voce che sembra la tua, aspettandomi di trovarti lì, tu non ci sei. Come è ovvio che sia, avendo due vite diverse. Non lo so, perché mi aspetto qualcosa da te. O perché mi aspetto di vederti comparire all’improvviso girandomi. E nemmeno perché continuo a sentire la tua voce ovunque, o almeno così mi sembra. Forse perché la prima cosa è stata la voce. Dritta allo stomaco. Che sarei rimasta a sentirti parlare per tanto, tanto tempo.

Ché il nostro, non lo è stato per niente, un amore grande. E nemmeno un amore. Che cos’è stato non lo so. Avrei voluto capirlo, prima di dovermi arrendere alla banale risposta del niente, non è stato niente

F col codino.

Mi ero ripromessa che non avrei scritto di te, che tanto non eri nessuno. Mi ero ripromessa di non crederci, ché era tutto un gioco. Mi ero ripromessa di non aspettarmi niente, che sennò ci restavo male. Mi ero ripromessa di non salvarlo in rubrica, il tuo numero, che presto saresti sparito. Mi ero ripromessa di non parlarne con nessuno, di te, che sennò come tutte le cose belle, una volta dette ad alta voce, si consumano e finiscono. 

E invece, in quest’ordine, ho:

parlato di te con le mie amiche; che eri così bello, anche se un po’ troppo alto. Con quella voce grossa, da farmi venire la pelle d’oca ad ogni parola, e il codino con gli elastici colorati. Le tue labbra, i morsi che gli ho dato (un buon baciatore è difficile da trovare) e le mani, grandi. 

ci ho creduto, ma subito dopo soltanto sperato;

ho salvato il tuo numero in rubrica. Ci ho messo un mese per farlo, perché non ci credevo, perché pensavo che saresti durato poco e sparito presto. Ma tu insistevi, continuavi a farti sentire, continuavi a farti strada nella mia quotidianità, che usavo come scudo. E allora poi ho ceduto. Senza cognome però. Perché per quanti F possa conoscere, volevo che tu fossi quello salvato soltanto col nome, come non faccio mai. E l’emoticon di un orso, quella che ti somiglia, e che mi fa ridere.

e lì ho iniziato a sperarci. Perché tutto sembrava diverso.

e poi ho iniziato ad aspettarmi cose. E lì l’ho sentita, la morsa allo stomaco. Perché una sensazione che conosco bene è quella delle cose che sembrano belle, e poi forse lo sono anche, ma che finiscono presto. E ogni volta, c’è sempre quella stretta che per un secondo mi mette in pausa la vita e prova a darmi suggerimenti, come il più bravo della classe che vuole aiutarmi, ma io non lo ascolto, per orgoglio, voglio fare di testa mia, e prendo 3. Una stretta che è diversa da quella della paura che qualcosa possa andare male, o finire, perché è una certezza che pian piano si materializza in un paio di occhi fissi nei miei (quando sono fortunata) che mi rovesciano addosso una secchiata d’acqua gelida. E mi ripeto che ero preparata, che dentro di me lo sapevo che sarebbe successo ad un certo punto, e faccio finta di non sentirlo, il freddo che si fa spazio tra gli strati di vestiti e arriva dritto al petto, e come nel migliore dei gavettoni, mi ritrovo fradicia dalla testa ai piedi.

ma soprattutto mi ero ripromessa di non scrivere niente, anche se volevo farlo dal primo momento, ché mi sembrava una cosa bella, che volevo raccontare, che non volevo dimenticare. Ma non l’ho fatto perché avevo paura che poi ci sarebbe stata una qualche sorta di autocombustione cosmica per il solo fatto di averla fatta uscire dalla mia testa. E infatti, eccola. Le cose vanno come devono andare, e la paura che tenendole tra le mani le sciupiamo, è insana. Le cose si rovinano comunque. Cadono a terra e si frantumano, anche se cerchiamo di tenerle al sicuro.

Ma a volte no, a volte resistono, a volte sono dure abbastanza da cadere e non rompersi, rimbalzare soltanto. Tutto sta nel capire di cosa sono fatte. E lo si riesce a fare soltanto nell’istante esatto del volo verso terra, quello in cui quando ti scivola una tazza dalle mani chiudi forte forte gli occhi e speri non si rompa, ma dentro di te sai già che andrà in frantumi.

Che cosa mi sei successo a fare?

Finisce così?

Una gran bella fine di merda, per due come noi. Ma va bene così, chè forse non siamo stati niente. O forse qualcosa di vero c’è stato. Non lo sapremo mai. E io non ce la faccio ad arrendermi al fatto che finisca così. Senza averci nemmeno provato. Perché se tutto succede per una ragione, qual è il motivo per cui ci siamo incontrati? Qual è la lezione che dovrei ricavare da tutto questo? Non riesco proprio a vederlo, né il senso né l’insegnamento, di questa storia. Riesco solo a chiedermi, che cosa mi sei successo a fare?

Perché sei piovuto dal cielo in una giornata di sole con una pasta al ragù davanti? Perché mi sei successo su una terrazza vista mare e mi hai fatto smettere di pensare? Perché mi sei successo a una stazione di benzina nel cuore di una notte strana, e mi hai fatto ridere. Perché mi sei successo su una pista da ballo, piena di vecchi che ballavano e mi hai fatto girare la testa? Perché mi sei successo per la strada barcollante di casa e non mi hai fatto avere paura? Perché mi sei successo nella mia camera d’albergo e mi hai fatto dire grazie senza voler lasciarti andare? Perché mi sei successo una mattina di fine settembre, col vento forte, e mi hai fatto venire voglia di vederti ancora, con un bacio dolce. Perché mi sei successo su una grata grigia che hai calpestato per la prima volta senza aver paura di cadere? Perché mi sei successo accanto ai bidoni della spazzatura da cui non volevo più scappare? Perché mi sei successo in un pezzetto di autostrada, con le canzoni di un concerto andato male a cui non volevo rinunciare? Perché mi sei successo davanti a un panino con la porchetta che adesso è il cibo perfetto per un appuntamento? E il vino buono, versato sulla mano. Perché mi sei successo seduto su un muretto dando le spalle alle luci della città ché tanto che mi frega se ci avevamo messo mezz’ora per cercare quello scorcio? Perché mi sei successo su per la salita col fiatone che non ti impediva di parlare mentre io stavo zitta, che volevo ascoltare la tua voce. Perché mi sei successo guardandomi negli occhi, e smettendomi di stringere a te? Perché mi sei successo, se poi mi hai detto che no, che era arrivato il momento di proteggersi?

Perché mi sei successo senza una ragione? Spiegamelo tu, ché io non lo riesco proprio a capire.

La nebbia.

La nebbia mi spaventa. Il non sapere cosa ci sarà al di là, il non poter vedere, l’incognita e ciò che nasconde. La nebbia avvolge e nasconde tutto. E quando l’attraversi, sparisci, totalmente, ritrovandoti fuori da ogni dimensione, perso. Abbandonato nel nulla. Chiedendoti soltanto quando ne uscirai e dove ti ritroverai.

Una delle mie più care amiche ieri mi ha detto che è stanca, del mio prendere e sparire, del mio non farmi mai sentire, del mio non chiamare, non scrivere, non esserci. Io continuo ad usare sempre la stessa scusa: non mi piace parlare per telefono. Ma non abitando nella stessa città la lontananza fisica mi impedisce di parlare di persona, con lei, con quelli che sono lontani, ma un po’ con tutti, in fondo. Quindi non chiamo, non scrivo, non mi faccio viva. Dicendo a me stessa che i rapporti forti resistono alla lontananza, che non c’è bisogno di sentirsi tutti i giorni, che non ho tempo, che tanto ci vediamo presto. E approfittando anche un po’ della mia scarsa autostima, mi dico che la mia vita insulsa non ha bisogno di essere raccontata, che nessuno se ne frega se oggi sono triste o allegra, se ho visto un film brutto o uno che faceva cagare, se ho conosciuto un ragazzo e ho preso un palo o se ne ho conosciuto un altro e sto per prenderne un’altro ancora, di palo. E alla fine passano le settimane, e i mesi prima di rivedersi. E si si finisce a parlare di stronzate, quando ci si vede.

La verità è che mi piace, allontanarmi dalle persone. Mi piace adagiarmi nella mia solitudine, annegarci, finché non mi impedisce di respirare e non so più come uscirne, se non chiedendo aiuto, ad una di quelle persone da cui mi sono allontanata. Forse è il mio bisogno di attenzioni; forse mi allontano solo per vedere se qualcuno mi viene a cercare; forse voglio soltanto stare da sola; forse vorrei soltanto sapere se gli altri tengono a me quanto io tengo a loro.

Fatto sta che io sparisco, dalla vita delle persone, dai rapporti e certe volte anche da me. E perdendomi, nella nebbia, non trovo più la strada di casa. E vorrei gridare aiuto, ma ho paura che nessuno possa o voglia sentirmi. Allora sto zitta, e annaspo, aspettando che la nebbia si diradi, così da poter trovarla, una strada.