Tutti gli uomini della mia vita. Pt.3

Episodio 3.1

Le scuole medie.

Ecco. Forse è stato proprio qui che la mia vita “amorosa” ha subito una battuta di arresto, un inciampo, un brusco capovolgimento, un investimento da un camion… Eppure, era cominciata così bene.

Ma andiamo con ordine. Cioè ordine è un parolone perché ho solo un paio di punti fermi, tutto il resto è un po’ sbiadito e confuso e filmato tagliato montato e candidato anche agli Oscar dei film mentali. Penso che tutto, proprio tutto (cioè tutti i miei problemi con i ragazzi) iniziarono tra l’estate della prima e della seconda media, con lui, il ragazzo dei miei sogni, quello che avevo sempre sognato di avere: biondo e con gli occhi azzurri. Con lui e con quello che c’è stato dopo di lui. Quasi, le storie più serie della mia vita. Avevano lo stesso nome, e la stessa forma fisica (erano morbidosi). Forse non era un caso.

  • G.M. : quindi, una sera d’estate, per il paese si aggirava un ragazzetto nuovo. Era di un anno più grande di me. Veniva da fuori, era toscano. Parlava con quell’accento un po’ sfumato che mi ha sempre fatto impazzire (1° danno cerebrale causatomi da GM). Era bello, biondo con gli occhi azzurri (2° danno cerebrale causatomi da GM), ma non era bello per questo, era bello perché nei suoi occhi c’era una luce diversa, c’era qualcosa che forse non avevo mai visto prima in un mio coetaneo, c’era un dolore che non avrei potuto capire, ma che quando lo guardavo, quasi mi scendevano le lacrime perché volevo assolutamente fare in modo che smettesse subito, di soffrire (3° danno cerebrale irreversibile causatomi da GM: la crocerossina). Aveva una storia pesante alle spalle che avevo solo sentito raccontare. Non ricordo come ci siamo conosciuti, ma sta di fatto che una sera per gioco o per scommessa, tra una mezza dozzina di bambini che ci guardavano (il suo esibizionismo era infinito, il mio voleva solo superare la sfigataggine della cessa che ero, dato che lui, comunque, aveva scelto me) ci siamo baciati. Con la lingua. Me la ricordo ancora quella sensazione, inaspettata e così bella, magica, forse provata raramente, negli anni successivi. E così poi ci siamo fidanzati. Uscivamo insieme, mi portava al parco giochi a guardare le stelle, sdraiati nella casetta dei bambini. Era romantico, Dio come era romantico. Mi teneva la mano quando camminavamo e mi diceva cose dolcissime. Non mi ricordo quanto tempo è passato prima che lui partisse, prima che lui tornasse a casa, forse qualche settimana. Intanto io avevo imparato il suo numero a memoria, e giuro, che ancora lo ricordo. Ancora mi capita di ripetermelo in testa ogni tanto, come adesso (4° danno cerebrale causatomi da GM: non ho più imparato a memoria nessun numero di telefono, da allora). Ci scambiavamo messaggi, ci facevamo gli squilli. Poi ha iniziato a non rispondere più. E gli squilli a non funzionare. Allora un bel giorno, c’era il sole e stavo uscendo di casa, forse settembre, forse ottobre non ricordo, l’ho chiamato. Hanno risposto un paio di suoi amici, facevano gli scemi, dicevano stupidaggini. Hanno riattaccato. Non mi voleva parlare. Ho richiamato e ho detto ai suoi amici che se avrebbe voluto lasciarmi avrebbe dovuto farlo di lui stesso (5° danno cerebrale causatomi da GM: il masochismo, lo sapevo, avevo già capito tutto e avrei potuto benissimo risparmiarmi la prima di una lunga serie di umiliazioni infinite, e invece no, ho dovuto aprire per forza la porta dell’umiliazione). Ha preso il telefono e mi ha caldamente detto di non chiamarlo più, che non voleva sentirmi più. Fine. Così senza spiegazione (portone dell’umiliazione ormai spalancato e pronto a far entrare le umiliazioni future). E io beh, io ci sono rimasta malissimo. Forse ho pianto, mi sono incazzata di sicuro. Forse l’ho richiamato e forse l’ho riempito di messaggi. Forse non l’ho più rivisto, ma giuro che io quelle labbra morbide e calde, quegli occhi tristi e belli, quei capelli biondi e lunghi, giuro, io ancora li sento, uno ad uno.

Prima e dopo GM e GDS (che merita una trattazione a parte perché la storia è lunga e tormentata, ve lo assicuro) ci sono stati un paio di ragazzi, irrilevanti lì per lì ma importanti anche loro per fare il punto della situazione:

  • R.D.G. : non ricordo che anno fosse o che classe facessi, ricordo solo che era un demente, e con gli anni si è rivelato ancora peggio. Quando andavo a pranzo da nonna, uscivo da scuola e facevo un tratto di strada a piedi. C’erano alcuni miei compagni di classe e quelli più grandi. E poi c’era questo ragazzino, che mi tormentava sempre. Mi infastidiva terribilmente, a volte anche usando le mani: schiaffetti sulle spalle, pizzicotti, spinte. Io non lo sopportavo. Poi un giorno, non ricordo né come né perché, mi ritrovo a dire al suo amico che doveva dirgli che la doveva finire di infastidirmi, e lui mi ha spiegato, con quel fare da grande uomo che si ritrovano gli uomini ogni volta che ti devono svelare una di quelle verità sul loro universo, talmente banali o scontate che ci vergogniamo di non esserci arrivate da sole: gli piacevo, piacevo al ragazzino che mi infastidiva. Faceva così per attirare la mia attenzione. Non ricordo com’è finita poi, l’avrò rimosso.
  • T.C. : su di lui ho ricordi vaghi. Avevamo fatto un gemellaggio di fidanzamenti con quelli di terza media, quando noi facevamo la seconda, e un San Valentino mi ha regalato una scatola di cioccolatini con un biglietto mieloso: tu sei il mio angelo. Penso ci sia rimasto male per il mio rifiuto perché quando poi ho capito che mi piaceva (Dio, sono lenta certe volte. Beh, mi prendo il mio tempo) gli ho dedicato una canzone, gliel’ho scritta su un biglietto e gliel’ho dato. Lui mi ha detto testualmente: mi ci pulisco il culo, con quella carta. E lo ha buttato. In sua discolpa posso però affermare che non ricordo bene l’avvenimento in sé, potrei avergli fatto recapitare da qualcuno il biglietto e potrebbero avermi riferito il messaggio, senza indorarmi la pillola, ovviamente. Sta di fatto che non gli ho più parlato. Non li sopporto quelli che portano rancore.
Fine prima parte.
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Tutti gli uomini della mia vita. Pt.2

Episodio 2:

Le elementari.

I miei compagni di classe già li conoscevo più o meno tutti. Venivamo dallo stesso asilo, quello una rampa di scale più giù, anche se io c’ero stata solo l’ultimo anno. Ero la prima della classe, la più intelligente, arrogante e presuntuosella. Facevo sempre tutto io, ero la cocca della maestra ed ero sempre io che scrivevo alla lavagna i nomi del bambini “cattivi“. Le bambine mi odiavano, i maschietti mi idolatravano.

Probabilmente sarò stata fidanzata con metà dei bambini della mia classe, tranne con quello troppo cicciottello (anche se mi è appena venuto un dubbio epico, forse siamo stati molto amici), quello veramente brutto, quello pacioccone, quello che avevo già baciato all’asilo, quello con il mio stesso cognome (senza essere parenti), quello con il cognome di mia madre (senza essere parenti) e qualche altro tra quelli insignificanti (vabbè ne sono rimasti pochi per fortuna). I miei fidanzatini dovevano essere “speciali”, trasgressivi, o diciamo meglio, alcuni poi si sono rivelati quasi delinquenti. Sì, lo so: un inizio promettente! Poi per fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di vista) le cose sono cambiate.

Ma andiamo per ordine:

  • K.C. : niente di serio, probabilmente la cosa era diventata di dominio pubblico e il maestro, prendendo i nostri banchi ci ha spostato in fondo alla classe, mettendoci vicini e dicendoci di continuare a fare i fidanzatini senza dare fastidio: uno dei momenti di maggior imbarazzo di tutta la mia vita!
  • G.D.P. : irrilevante per i fatti dell’epoca, bambino irrilevante, non ho praticamente ricordi di lui, con il tempo però ha sviluppato il suo essere simpatico-a-tratti-anche-troppo-anzi-quasi-molesto, ma lo cito per il futuro, ritornerà!
  • M.D.S. : ancora mi rinfaccia che (anche se io ho totalmente rimosso l’episodio, anzi non ricordo nemmeno fossimo mai stati fidanzati) una volta, ad una festa di compleanno, avevo sete e gli ho chiesto di andarmi a prendere un bicchiere di Coca Cola. Lui si è rifiutato e io l’ho mollato (sempre secondo la sua versione). Ma d’altronde si sa, se era disobbediente a quell’età, che uomo accondiscendente e servizievole sarebbe mai potuto essere?! Quindi ritengo che la scelta sia stata giusta.
  • M.D.G : con lui era il classico odio-amore (ma seriamente, una volta ci siamo tipo picchiati, ma eravamo più grandi). Io lo odiavo nel profondo perché era totalmente l’opposto di me, era la raffigurazione umana di tutto ciò che di più fastidioso, dispettoso e rumoroso potesse esistere, ma anche di maleducato, pazzo e irrequieto. Ne combinava una al giorno e dava il tormento a tutti. Ma sotto sotto forse provavo del tenero. Anche se facevo sempre la spia quando combinava qualcosa. Mi sa che siamo stati fidanzati per un po’, un tira e molla, ma ho ricordi vaghi a proposito. Forse l’ho mollato quando con un calcio ha lanciato la sua palla sul tetto della scuola, per sbaglio.
  • L.V. : è stata una cosa senza importanza e molto breve. Iniziata per ripicca, verso il suo migliore amico, probabilmente. Finita lì. Lui poi, mezzo delinquente c’è quasi diventato.

E ormai sono arrivata ai 10/11 anni lasciandomi dietro una scia di cadaveri e mezzi scheletri nell’armadio, che tanto scheletri non sono, visto che alcuni, ogni tanto, risbucano fuori.

Tutti gli uomini della mia vita. Pt.1

EPISODIO 1:

L’asilo.

Non ho ricordi ben precisi dei primi anni di vita. Ma uno dei ricordi più nitidi è quello del primo bacio. Avevo 5 anni e ero all’ultimo anno di asilo. Lì ho conosciuto i miei amici di una vita, con cui sono andata a scuola fino alle medie e, siamo amici tutt’ora. E con questi bambini ho davvero fatto una strage. Ma andiamo in ordine.

Era una tranquilla mattinata d’asilo, le maestre ci avevano portato a vedere un film, nella saletta. Non ricordo il film, ma io ero seduta in seconda fila e c’era poca luce. Accanto a me, alla mia sinistra, era seduto S.P. Ad un certo punto, mi giro verso di lui e ci ritroviamo labbra a labbra, per un innocentissimo e casualissimo bacio a stampo. Dopo un millesimo di secondo, con una nonchalance che ha decretato la mia carriera nell’arte di fare finta che nulla sia mai accaduto che mi contraddistingue ancora oggi, mi sono girata e ho tranquillamente continuato a guardare il film.

NB: Con S.P. ho frequentato altri 8 anni di scuola, in cui è stato uno dei sex symbol della classe, il più ambito da tutte, ma che io ho sempre schifato, perché tanto a baciarlo l’avevo già baciato, che altro ci dovevo fare?

Tutti gli uomini della mia vita

INTRO.

Ho finalmente deciso di raccontarvi una storia. Che poi non è proprio una storia ma potrebbe quasi esserlo un po’, della storia della mia vita, la storia che ha contribuito a farmi essere la persona che sono. E per farlo vorrei inaugurare una specie di “rubrica“, ad episodi in cui, passo dopo passo, pezzo dopo pezzo vi racconterò di tutti i bambini, i ragazzi e gli uomini che hanno reso la mia vita amorosa un vero disastro! Ma sarà simpatico, perché i casi umani sono innumerevoli, e mi divertirò ad analizzarli per cercare di capire sostanzialmente qual è il problema del mio essere perennemente single. Che poi un vero problema sostanzialmente non c’è. Ma rispondere alle domande al riguardo, a volte può essere imbarazzante.

Cercherò di procedere in ordine cronologico, ma strada facendo sono sicura che molti bei soggetti mi torneranno in mente, e ve ne parlerò, quando mi ricorderò di loro. E poi vi vorrei parlare di questa curiosa cosa che capita costantemente, nella mia vita: i nomi che ritornano, costantemente e sistematicamente. Nomi che fanno giri immensi, e poi ritornano, sempre gli stessi sempre uguali, e a volte anche i cognomi. Vabbè..

Iniziamo?

Le luci di Natale

Non mi sentivo pronta a questo Natale. Un altro Natale, sempre più vuoto, sempre meno da bambina e sempre più da grande. E’ difficile sentire l’atmosfera natalizia man mano che si cresce. E ho sempre avuto paura di diventare un grinch. Quest’anno è stata dura combatterci, ho iniziato a sentire l’ansia-da-Natale ancora prima del previsto, non ero pronta alle canzoni natalizie nei negozi, alle luci per le strade, agli addobbi alle finestre e nelle case, che iniziano a svolazzare sempre troppo presto per i miei gusti.

Ma poi è arrivato l’8 dicembre, che a casa mia significa fare l’albero. La giornata è iniziata male, avevo promesso a mamma che avrei messo a posto la mia stanza, ma mi sono svegliata tardi e con la lentezza che mi ritrovo ci ho messo un secolo. Da giù iniziavano a salire quegli scricchiolii di scotch e scatoloni, il fruscio di rami ed addobbi e io non avevo ancora finito di fare quello che stavo facendo e non potevo mollare la polvere e i vestiti in disordine là dov’erano altrimenti avrei scatenato l’inferno.

Allora, la Cenerentola che è in me, ha avuto pietà ed è finalmente venuta fuori, nascondendo la polvere sotto il letto, i vestiti sgualciti nell’armadio e le cose ammucchiate sulla scrivania nei cassetti e finalmente sono scesa giù in tempo per mettere le ultime tre file di rami. Per la prima volta, da una vita a questa parte, ci siamo ricordati di mettere le luci intorno all’albero ancora prima delle palline e degli addobbi vari, perché oggettivamente più pratico.

Ed è stato lì che si è accesa la magia. Papà adora le luci di Natale, ed io me ne ero dimenticata. Ma quando l’ho visto lì, con quegli occhi da bambino, a tirare fuori le lucine dai pacchetti mi sono ricordata di quanto può essere bello, il Natale. E la giornata ha preso un altra piega. Mi sono ricordata di quanto adorassi il Natale, di quanto è bello passarlo insieme alle persone che ami, fare l’albero con loro ascoltando le canzoni di Natale. Tutte quelle cose che non dimenticherò mai della mia infanzia, e che ricorderò sempre con il sorriso sulle labbra. Ho anche passato l’ora successiva ad aspettare che sistemasse le luci in maniera maniacale su ogni ramo (ma vabbè questa è un’altra storia) per poter mettere le palline, ma l’atmosfera natalizia era finalmente scesa su di me.

Non è che mio padre adora le luci di Natale, ne è proprio ossessionato. Ogni anno ne compra un tipo nuovo. E quest’anno abbiamo superato ogni limite accettato dal kitsch natalizio: il videoproiettore in esterna che manda fantasie varie sulla facciata della casa, creando una sorta di discoteca interna, dato che le luci entrano dalla vetrata. Ma avrà vita breve, mia madre dopo un ora di disco ha già iniziato a sclerare male.

Il mio telefono.

C’è una cosa che ultimamente il mio telefono fa spesso: di punto in bianco smette di funzionare, si chiude in se stesso e non riesce a rispondere agli stimoli esterni.

Voi direte: è arrivata la sua ora, cambialo! Ma io la vedo (voglio vederla) in maniera un po’ più introspettiva, un po’ più come una sua capacità di entrare in contatto, visceralmente, con il suo possessore, e cioè me. Ad un certo punto della giornata, boom, si assenta, non mi fa più chiamare, mandare sms o aprire WhatsApp (la cosa più tragica). All’inizio è stata dura, mi sentivo fuori dal mondo, impossibilitata a comunicare. Ho capito subito che era un problema di memoria, data la mia incapacità (o non volontà) nel cancellare le foto che inesorabilmente si accumulano, andando ad occupare ogni giga di memoria disponibile. Allora, per liberare spazio e tenermi le foto, ho iniziato ad eliminare le applicazioni, andando per ordine di utilità: le meno usate, fino ai social, Twitter, Facebook e Instagram. Sperando di riuscire a risolvere il problema.

Ma niente. Il mio iPhone continuava a non voler farmi aprire WhatsApp. O meglio, si apriva, riuscivo a leggere chi mi aveva scritto, ma come cliccavo sulla chat, si chiudeva l’applicazione. Dopo un iniziale momento di smarrimento, che non nego essere stato molto brutto, sono passati un paio di giorni e ho iniziato a provare una nuova sensazione: mi sentivo libera! Libera dagli infiniti messaggi che continuavano ad accumularsi nelle chat, libera dal sentirmi in dovere di rispondere, libera dal pensiero di dover controllare la mia home, o di dover andare a vedere le Insta stories dei miei amici. Libera dalle mie social-catene.

La cosa si è poi risolta in fretta, ma ogni tanto succede ancora. E io non vedo l’ora che WhatsApp mi si blocchi. Sono stati giorni bellissimi. E’ come se mi fossi depurata. E’ come se il mio telefono si fosse accorto che ero arrivata ad un limite, e non avrei sopportato altro, e allora ha deciso di fare questa cosa per me: liberarmi. Mi piace vederla così. Mi piace pensare che ci siano dei momenti in cui bisogna bloccarsi, staccarsi ed allontanarsi dal mondo, rimanere soltanto con se stessi, lontano dagli infiniti stimoli esterni, concentrandosi solo su ciò che conta davvero. Ogni tanto ci vuole, ma ce ne dimentichiamo. E per fortuna qualcuno, o qualcosa, ce lo ricorda, e si blocca per noi.

la paura di aver paura

Tutti i giorni abbiamo a che fare con quella sensazione che è la paura. C’è chi l’affronta e chi soccombe, chi si arrende ad essa e chi la scaccia via, in un modo o nell’altro ci ritroviamo ad averci a che fare, tutti. Paura di sbagliare, di fallire, di non essere all’altezza, di non fare la cosa giusta, di non essere giusti, paura dei ragni, dei mostri, del buio, paura di ingrassare, di cadere, di morire. Esistono tantissimi tipi di paura e di paure, ma mi sono accorta che quella che mi spaventa di più è la paura di aver paura.

Spesso mi trovo a doverci fare i conti, con la paura. Spesso vince lei, o meglio, la lascio vincere. Mi paralizza, mi mangia da dentro, mi atterra e mi soffoca, finché non sono stesa al suolo, svuotata da tutto. Con il tempo mi sono resa conto che la paura è giusta, ed indispensabile. La giusta dose di paura ci permette di sopravvivere, ci tiene fuori dai guai, lontani dai precipizi e in salvo. La cosa fondamentale è che resti sempre nella giusta quantità, che non sia eccessiva, o anche meno del necessario. Se non la sentissimo saremmo già morti, perché ha a che fare con il nostro spirito di sopravvivenza, ma se ne sentiamo troppa, moriamo lo stesso, perché ci impedisce di vivere.

L’unica cosa non indispensabile è la paura della paura. Io la sento spesso, forse più spesso della paura in sé. Mi sveglio la mattina e mi chiedo se la sento, la paura, e mi rendo conto che quella è esattamente la paura di aver paura. La paura di qualcosa che possa bloccarmi, atterrarmi, ridurmi a uno strato di polvere inutile. Perché la paura di aver paura mi impedisce di avere a che fare con la paura, quella vera, mi impedisce di affrontarla. Ma ho imparato a capirle, e a distinguerle, ho imparato quando è giusto avere paura e quando non lo è, aver paura di avere paura. E allora lì vinco io, posso sentirla e affrontarla, tutta la mia paura. E vincere.

Come un post-it giallo

Da quando i post-it hanno iniziato a staccarsi?

Da piccola, ero una consumatrice seriale di post-it. Ovviamente li scarabocchiavo con cose inutili, al solo infantile piacere di sentire la colla separarsi dal foglietto di sotto e andare a tappezzare qualche parete. La tendenza è rimasta. Soprattutto quella di staccare i pezzi e riattaccarli da qualche altra parte, scombinati e in ordine sparso.

Ma allora i post-it rimanevano ben saldi, fermi, là dove li attaccavo. Ultimamente, invece, mi succede che quando attacco un post-it, dopo 2 minuti si stacca e scivola a terra. E’ una cosa che mi infastidisce tantissimo, perché cazzo, i post-it sono nati per essere attaccati sul muro sul frigo sulla porta sullo specchio, un po’ dappertutto, per ricordarci cose che non vogliamo dimenticare. E loro che fanno? Non si attaccano più, o meglio, ti danno l’illusione di essersi attaccati, lasciano che sposti lo sguardo e via, si scollano e tutti giù per terra. E io lo devo raccogliere e riattaccare, fissarlo con aria minacciosa per vedere se si permette di rifarlo, e lui niente, si stacca ancora e ancora e ancora finché mi arrendo, gliela do vinta e lo lascio a terra, e mi ci siedo accanto inerme, stanca e sconfitta. Già consapevole che ciò che dovevo ricordare l’ho già dimenticato.

Da quando i post.it hanno iniziato a comportarsi come gli esseri umani? Un bel giorno, di punto in bianco, qualcuno ci scrive qualcosa addosso e a noi, dopo un po’, ci si stacca un pezzo, lentamente: prima un angolino, poi l’altro, poi al centro e via, scivoliamo, tutti giù per terra. Ci si scollano i pezzi, giorno dopo giorno, senza che ce ne accorgiamo, pezzo dopo pezzo scivola a terra. Macerie sotto i nostri piedi, che ogni mattina, alzandoci dal letto calpestiamo senza vedere, finché ad un certo punto, eccolo che si stacca un pezzo un po’ più grosso. E sentiamo il tonfo che fa, cadendo a terra, e il vuoto che resta, quando se ne va. Abbassate lo sguardo, quanti post-it avete ai vostri piedi?

Ma se invece fosse colpa nostra? E se questa tendenza autolesionista a staccare post-it dalla pila e attaccarli, scarabocchiati, da un altra parte, li ferisse e allora decidessero di staccarsi dal luogo dove sono stati trapiantati perché no, quella non è casa loro? Lo facciamo anche noi, ci rifiutiamo di accettare la realtà, e allora rompiamo il puzzle, lo spostiamo, cerchiamo nuove combinazioni, nuove tessere che forse abbiamo perso chissà dove, e poi ad un certo punto, da presuntuosi che siamo, le andiamo a ricercare, provando a rimetterle insieme, sperando che combacino ancora nonostante il tempo che è passato. E quando non ci riusciamo, ci lasciamo andare, lasciamo che la colla si stacchi e lentamente scivoliamo a terra, come un post-it giallo.

crema al pistacchio

Apro il frigo e il mio sguardo cade su un barattolo, comprato in vacanza quest’estate: una crema buonissima che sa di cioccolato bianco e pistacchio. E me ne rendo conto, mi si palesa in faccia, che quella è l’unica cosa che mi resta della mia illusione: un barattolino di crema al pistacchio.

Siamo entrati in quel negozio perché era tutto verde, dappertutto c’era scritto “pistacchio” ed era alla base di tutto. Eravamo entrati in quel posto con una nuova cosa in comune, scoperta in quei giorni, la smodata passione proprio per il pistacchio. E ne siamo usciti diversi, e con due cose differenti: lui il pesto e io la crema, lui con la testa, io con la pancia. Come al solito. Perché la pasta è la prima cosa, il pasto importane, quello a cui non puoi rinunciare. Il cornetto no, al cornetto rinunci più facilmente (io no però, e si vede, io rinuncerei alla pasta e mangerei il cornetto, infatti l’ho comprata io la crema), perché è solo un “dolce”.

Ne siamo usciti così: lui salato e io dolce. Come al solito. E quel barattolo è nel frigo da mesi, nessuno lo mangia come se sapessero tutti di non doverlo toccare. Me compresa. E ogni tanto lo guardo e ricordo. Quanto mi sono illusa. Questa volta più di tutte.

E il pistacchio, beh, il pistacchio mi fa venire un brivido alla schiena. E lo adoro un po’ di meno (ma poco eh!).

La verità è che non gli piaci abbastanza.

La verità non è mai una sola.

Questa è la tipica frase che dicono tutti quelli (o meglio, quelle) che devono giustificare qualcuno. Ormai ho smesso da un po’ di vedere le cose bianche o nere, a volte le vedo anche a colori. Ma non è questo il caso. Non in amore. Va bene, non generalizziamo. Anche perché la faccenda è semplice, e in questo caso la verità è una sola ed è che non gli piaci abbastanza.

Niente scuse. Niente giustificazioni. Smettiamo di mentire a noi stesse o di colpevolizzarci. Se non ci vogliono è perché non gli piacciamo abbastanza. Sono uomini, fanno quello che gli dice la testa (o quello che gli passa tra le gambe, dipende dal momento), non sono cucciolotti spaventati,  sanno che fare, è solo che non vogliono farlo perché il gioco non vale la candela, secondo loro. Se non ci chiamano o non ci scrivono è perché non vogliono sentirci, se non ci chiedono di uscire è perché non vogliono uscire con noi. Se ci dicono che per loro siamo delle grandi amiche, ci vogliono bene davvero, come amiche. E’ così maledettamente semplice. Ma puntualmente ce lo dimentichiamo, o forse facciamo finta di dimenticarlo, sperando che questa volta potrebbe essere diverso. Che forse ne abbiamo incontrato uno per cui vale la pena stare lì ad analizzare i suoi comportamenti, cercando di interpretare i suoi sbalzi d’umore, che forse c’ha il ciclo, e le sue parole che forse significano altro o i suoi gesti o gli sguardi ammiccanti, che forse c’aveva il sole negli occhi. Ma che poi quando se ne escono con il “sei proprio una buona amica” ci rinunci per l’ennesima volta, perché sei consapevole che, anche questa volta, la verità ce l’avevi davanti agli occhi ma non l’hai voluta vedere. Che diciamocela tutta, se un uomo tiene a noi, fa di tutto, attraversa il mondo per venire a bussare alla nostra porta.

Ma d’altronde, noi, non facciamo la stessa cosa? In maniera un po’ più articolata, subdola e disonesta, ma se non ci piace qualcuno, nemmeno che è un buon amico gli diciamo!