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Alle-ansia.

Sento un peso sul petto e la pancia dolorante. Faccio un respiro profondo per cercare di tranquillizzarmi e lo sento spezzarsi a metà. Allora deglutisco ma l’aria mi resta in gola, e mi sembra di soffocare. E’ lì che capisco: è l’ansia. Stai tranquilla mi dico, va tutto bene. Va tutto bene. E cerco di continuare a fare quello che stavo facendo come se niente fosse. Perché va bene avere l’ansia, è normale. Mi ripeto. Ma io no, non ce la faccio. Lascio che mi assalga e si impossessi di me, che prenda il controllo, e mi risucchi lentamente, da dentro il mio stesso corpo, lasciandomi sfiancata e sfinita, a terra. Immobile, senza riuscire a rialzarmi. Non riesco ad oppormi. Resto immobile, aspettando che passi. Non riesco a fare nient’altro. E intanto tutta la mia attenzione è su di lei, e su di me che continuo a chiedermi quando finirà. Quando smetterò di avere paura?

Ci sono giorni in cui sento solo una cosa: l’ansia. La maggior parte delle volte la gestisco. Altre no. E allora vorrei sentire qualcosa di diverso, accelerare il processo, fare in modo che finisca subito, che devo tornare a fare quello che stavo facendo. Ché non ho voglia di fermarmi a tremare su un pavimento, col cuore in gola e il respiro spezzato. Dicono che l’ansia dovrebbe essere la mia migliore alleata. Ma io non la accetto. Cerco di respingerla, la vedo come un nemico, che vorrei sconfiggere. Ma a quanto pare non funziona così. E nel frattempo, lei distrugge me.


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Come negli amori grandi.

Capita spesso, come negli amori grandi, che mi giro a cercarti, aspettando di vederti, e non ti trovo.

Ogni tanto ti incontro per strada. Negli occhi di qualcuno che mi passa davanti, nei capelli legati di chi è laggiù, nelle gambe lunghe di quel ragazzo che corre in cima alla strada, nelle spalle larghe dell’uomo col cane, nel sorriso di quel bambino in bici, ma soprattutto nelle voci, un po’ di tutti quelli che mi sembra parlino come te, o di te, o con me, e ogni volta che mi giro a cercarti, al suono di una voce che sembra la tua, aspettandomi di trovarti lì, tu non ci sei. Come è ovvio che sia, avendo due vite diverse. Non lo so, perché mi aspetto qualcosa da te. O perché mi aspetto di vederti comparire all’improvviso girandomi. E nemmeno perché continuo a sentire la tua voce ovunque, o almeno così mi sembra. Forse perché la prima cosa è stata la voce. Dritta allo stomaco. Che sarei rimasta a sentire parlare per tanto, tanto tempo.

Ché il nostro, non lo è stato per niente, un amore grande. E nemmeno un amore. Che cos’è stato non lo so. Avrei voluto capirlo, prima di dovermi arrendere alla banale risposta del niente, non è stato niente

F col codino.

Mi ero ripromessa che non avrei scritto di te, che tanto non eri nessuno. Mi ero ripromessa di non crederci, ché era tutto un gioco. Mi ero ripromessa di non aspettarmi niente, che sennò ci restavo male. Mi ero ripromessa di non salvarlo in rubrica, il tuo numero, che presto saresti sparito. Mi ero ripromessa di non parlarne con nessuno, di te, che sennò come tutte le cose belle, una volta dette ad alta voce, si consumano e finiscono. 

E invece, in quest’ordine, ho:

parlato di te con le mie amiche; che eri così bello, anche se un po’ troppo alto. Con quella voce grossa, da farmi venire la pelle d’oca ad ogni parola, e il codino con gli elastici colorati. Le tue labbra, i morsi che gli ho dato (un buon baciatore è difficile da trovare) e le mani, grandi. 

ci ho creduto, ma subito dopo soltanto sperato;

ho salvato il tuo numero in rubrica. Ci ho messo un mese per farlo, perché non ci credevo, perché pensavo che saresti durato poco e sparito presto. Ma tu insistevi, continuavi a farti sentire, continuavi a farti strada nella mia quotidianità, che usavo come scudo. E allora poi ho ceduto. Senza cognome però. Perché per quanti F possa conoscere, volevo che tu fossi quello salvato soltanto col nome, come non faccio mai. E l’emoticon di un orso, quella che ti somiglia, e che mi fa ridere.

e lì ho iniziato a sperarci. Perché tutto sembrava diverso.

e poi ho iniziato ad aspettarmi cose. E lì l’ho sentita, la morsa allo stomaco. Perché una sensazione che conosco bene è quella delle cose che sembrano belle, e poi forse lo sono anche, ma che finiscono presto. E ogni volta, c’è sempre quella stretta che per un secondo mi mette in pausa la vita e prova a darmi suggerimenti, come il più bravo della classe che vuole aiutarmi, ma io non lo ascolto, per orgoglio, voglio fare di testa mia, e prendo 3. Una stretta che è diversa da quella della paura che qualcosa possa andare male, o finire, perché è una certezza che pian piano si materializza in un paio di occhi fissi nei miei (quando sono fortunata) che mi rovesciano addosso una secchiata d’acqua gelida. E mi ripeto che ero preparata, che dentro di me lo sapevo che sarebbe successo ad un certo punto, e faccio finta di non sentirlo, il freddo che si fa spazio tra gli strati di vestiti e arriva dritto al petto, e come nel migliore dei gavettoni, mi ritrovo fradicia dalla testa ai piedi.

ma soprattutto mi ero ripromessa di non scrivere niente, anche se volevo farlo dal primo momento, ché mi sembrava una cosa bella, che volevo raccontare, che non volevo dimenticare. Ma non l’ho fatto perché avevo paura che poi ci sarebbe stata una qualche sorta di autocombustione cosmica per il solo fatto di averla fatta uscire dalla mia testa. E infatti, eccola. Le cose vanno come devono andare, e la paura che tenendole tra le mani le sciupiamo, è insana. Le cose si rovinano comunque. Cadono a terra e si frantumano, anche se cerchiamo di tenerle al sicuro.

Ma a volte no, a volte resistono, a volte sono dure abbastanza da cadere e non rompersi, rimbalzare soltanto. Tutto sta nel capire di cosa sono fatte. E lo si riesce a fare soltanto nell’istante esatto del volo verso terra, quello in cui quando ti scivola una tazza dalle mani chiudi forte forte gli occhi e speri non si rompa, ma dentro di te sai già che andrà in frantumi.

Che cosa mi sei successo a fare?

Finisce così?

Una gran bella fine di merda, per due come noi. Ma va bene così, chè forse non siamo stati niente. O forse qualcosa di vero c’è stato. Non lo sapremo mai. E io non ce la faccio ad arrendermi al fatto che finisca così. Senza averci nemmeno provato. Perché se tutto succede per una ragione, qual è il motivo per cui ci siamo incontrati? Qual è la lezione che dovrei ricavare da tutto questo? Non riesco proprio a vederlo, né il senso né l’insegnamento, di questa storia. Riesco solo a chiedermi, che cosa mi sei successo a fare?

Perché sei piovuto dal cielo in una giornata di sole con una pasta al ragù davanti? Perché mi sei successo su una terrazza vista mare e mi hai fatto smettere di pensare? Perché mi sei successo a una stazione di benzina nel cuore di una notte strana, e mi hai fatto ridere. Perché mi sei successo su una pista da ballo, piena di vecchi che ballavano e mi hai fatto girare la testa? Perché mi sei successo per la strada barcollante di casa e non mi hai fatto avere paura? Perché mi sei successo nella mia camera d’albergo e mi hai fatto dire grazie senza voler lasciarti andare? Perché mi sei successo una mattina di fine settembre, col vento forte, e mi hai fatto venire voglia di vederti ancora, con un bacio dolce. Perché mi sei successo su una grata grigia che hai calpestato per la prima volta senza aver paura di cadere? Perché mi sei successo accanto ai bidoni della spazzatura da cui non volevo più scappare? Perché mi sei successo in un pezzetto di autostrada, con le canzoni di un concerto andato male a cui non volevo rinunciare? Perché mi sei successo davanti a un panino con la porchetta che adesso è il cibo perfetto per un appuntamento? E il vino buono, versato sulla mano. Perché mi sei successo seduto su un muretto dando le spalle alle luci della città ché tanto che mi frega se ci avevamo messo mezz’ora per cercare quello scorcio? Perché mi sei successo su per la salita col fiatone che non ti impediva di parlare mentre io stavo zitta, che volevo ascoltare la tua voce. Perché mi sei successo guardandomi negli occhi, e smettendomi di stringere a te? Perché mi sei successo, se poi mi hai detto che no, che era arrivato il momento di proteggersi?

Perché mi sei successo senza una ragione? Spiegamelo tu, ché io non lo riesco proprio a capire.

La nebbia.

La nebbia mi spaventa. Il non sapere cosa ci sarà al di là, il non poter vedere, l’incognita e ciò che nasconde. La nebbia avvolge e nasconde tutto. E quando l’attraversi, sparisci, totalmente, ritrovandoti fuori da ogni dimensione, perso. Abbandonato nel nulla. Chiedendoti soltanto quando ne uscirai e dove ti ritroverai.

Una delle mie più care amiche ieri mi ha detto che è stanca, del mio prendere e sparire, del mio non farmi mai sentire, del mio non chiamare, non scrivere, non esserci. Io continuo ad usare sempre la stessa scusa: non mi piace parlare per telefono. Ma non abitando nella stessa città la lontananza fisica mi impedisce di parlare di persona, con lei, con quelli che sono lontani, ma un po’ con tutti, in fondo. Quindi non chiamo, non scrivo, non mi faccio viva. Dicendo a me stessa che i rapporti forti resistono alla lontananza, che non c’è bisogno di sentirsi tutti i giorni, che non ho tempo, che tanto ci vediamo presto. E approfittando anche un po’ della mia scarsa autostima, mi dico che la mia vita insulsa non ha bisogno di essere raccontata, che nessuno se ne frega se oggi sono triste o allegra, se ho visto un film brutto o uno che faceva cagare, se ho conosciuto un ragazzo e ho preso un palo o se ne ho conosciuto un altro e sto per prenderne un’altro ancora, di palo. E alla fine passano le settimane, e i mesi prima di rivedersi. E si si finisce a parlare di stronzate, quando ci si vede.

La verità è che mi piace, allontanarmi dalle persone. Mi piace adagiarmi nella mia solitudine, annegarci, finché non mi impedisce di respirare e non so più come uscirne, se non chiedendo aiuto, ad una di quelle persone da cui mi sono allontanata. Forse è il mio bisogno di attenzioni; forse mi allontano solo per vedere se qualcuno mi viene a cercare; forse voglio soltanto stare da sola; forse vorrei soltanto sapere se gli altri tengono a me quanto io tengo a loro.

Fatto sta che io sparisco, dalla vita delle persone, dai rapporti e certe volte anche da me. E perdendomi, nella nebbia, non trovo più la strada di casa. E vorrei gridare aiuto, ma ho paura che nessuno possa o voglia sentirmi. Allora sto zitta, e annaspo, aspettando che la nebbia si diradi, così da poter trovarla, una strada.

La torta di mele.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio. Almeno avrei imparato a farlo, avrei capito prima che non è così grave, sbagliare. Ché agli sbagli, uno in qualche modo rimedia. Ma non alla paura di sbagliare, che ti lascia immobile e non ti ci fa nemmeno provare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma. Lo so che volevi soltanto proteggermi, ma adesso io non lo so fare, non so sbagliare poco, riesco solo a sbagliare in grande. Quegli errori a cui poi non so più come rimediare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma, non come dicevi tu. Che a fare gli sbagli degli altri, sono bravi tutti. Ma a fare i propri sbagli, è così difficile. Perché poi devi rimboccarti le maniche per capire come uscirne. E sono sbagli tuoi e basta, di cui puoi incolpare te e basta, nessun’altro. Perché sei stato tu a sbagliare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma, non come dicevi tu, che dovevo essere perfetta. E fare le cose bene, nel modo giusto, perché così si fanno. Punto e basta, nessuna replica. E io le facevo, nel modo giusto, cercando di farle bene, con la perenne paura di sbagliare, e le facevo male perché mai a modo mio.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare a preparare quella torta di mele, mamma. Anche se non si monta tutto insieme, ma c’è un procedimento da seguire. Prima le uova con lo zucchero, poi la farina, e il resto. Ché sennò non viene buona. Avresti dovuto farmela venire male, la torta di mele, così imparavo. E invece no, me l’hai fatta fare come dicevi tu, che non è venuta nemmeno poi così male, ma non l’ho fatta come avrei voluto, e mi resta un po’ amara, in bocca.

 

Carpe Diem

Oggi ho attaccato al muro della camera di mia nonna una scritta, di quelle carine, con i ghirigori. Una frase, in corsivo, nera, due parole: Carpe Diem.

Mia nonna di 72 anni mi ha chiesto di comprarle ed attaccarle in camera questa frase. Mi è sempre piaciuta, ha detto. Non sono stata lì ad annoiarla con la spiegazione del vero significato “oraziano”, perché sentivo che in fondo, le era piuttosto chiaro il senso, al di là del significato letterale. Che anche se non conosce Orazio, ha capito, tutto. E allora l’ho guardata, le ho sorriso e ho realizzato che io invece, non ho capito niente, della mia vita, che continua a sfuggirmi dalle mani, e nonostante tenti in tutti modi di afferrarla, continua a scivolare. Perché è semplicemente più forte, più tenace di me, che cerco inutilmente di oppormi alla corrente, senza capire che devo soltanto lasciarmi trascinare, ed imparare a nuotare nel verso giusto.

Mia nonna, la persona che capisco meno al mondo (dopo mia madre ovviamente), senza dire una parola, come al solito, mi ha fatto capire quanto faccio schifo in questo gioco del vivere. Sì, perché alla fine di un gioco si tratta, che non vince nessuno, ma non fa niente, perché il bello è soltanto giocare, cambiando le regole come più ci piace, andando nella direzione sbagliata, facendo scelte opinabili, perdendo cento volte e ripassando altre mille dal Via.

Nuovi inizi.

C’è una cosa che faccio quando inizio a sentire che la mia vita non gira più nel verso giusto, quando la sento sfuggirmi, quando qualcosa si rompe, o semplicemente sono stufa: metto in ordine la mia scrivania.

Cosa stranissima per me, disordinata cronica che non riuscirebbe a tenere ordinato un metro quadro di casa. Però in certi momenti sento il bisogno di buttare tutto all’aria, sedermi e vedere che davanti a me non c’è nulla: solo possibilità. Ed è quello che ho appena fatto. Sono tornata a casa, sono entrata nella mia stanza e ho letteralmente buttato a terra tutto ciò che c’era sulla scrivania. Mi sono seduta e sono rimasta a fissarla per un po’. Ho capito che mi serve spazio, ordine, tranquillità. Tutte cose che non ho, e che ora voglio trovare.

Un nuovo inizio, ecco di cosa ho bisogno. Anche solo metaforico, un nuovo modo per affrontare le giornate, un nuovo modo di guardare la vita. Adesso ho una scrivania vuota, ma una camera incasinatissima, perché ovviamente è tutto a terra. Ma se non mi giro a guardare, non lo vedo tutto il disordine, non vedo la confusione che c’è, è solo un ricordo, è solo passato.

Le luci di Natale

Non mi sentivo pronta a questo Natale. Un altro Natale, sempre più vuoto, sempre meno da bambina e sempre più da grande. E’ difficile sentire l’atmosfera natalizia man mano che si cresce. E ho sempre avuto paura di diventare un grinch. Quest’anno è stata dura combatterci, ho iniziato a sentire l’ansia-da-Natale ancora prima del previsto, non ero pronta alle canzoni natalizie nei negozi, alle luci per le strade, agli addobbi alle finestre e nelle case, che iniziano a svolazzare sempre troppo presto per i miei gusti.

Ma poi è arrivato l’8 dicembre, che a casa mia significa fare l’albero. La giornata è iniziata male, avevo promesso a mamma che avrei messo a posto la mia stanza, ma mi sono svegliata tardi e con la lentezza che mi ritrovo ci ho messo un secolo. Da giù iniziavano a salire quegli scricchiolii di scotch e scatoloni, il fruscio di rami ed addobbi e io non avevo ancora finito di fare quello che stavo facendo e non potevo mollare la polvere e i vestiti in disordine là dov’erano altrimenti avrei scatenato l’inferno.

Allora, la Cenerentola che è in me, ha avuto pietà ed è finalmente venuta fuori, nascondendo la polvere sotto il letto, i vestiti sgualciti nell’armadio e le cose ammucchiate sulla scrivania nei cassetti e finalmente sono scesa giù in tempo per mettere le ultime tre file di rami. Per la prima volta, da una vita a questa parte, ci siamo ricordati di mettere le luci intorno all’albero ancora prima delle palline e degli addobbi vari, perché oggettivamente più pratico.

Ed è stato lì che si è accesa la magia. Papà adora le luci di Natale, ed io me ne ero dimenticata. Ma quando l’ho visto lì, con quegli occhi da bambino, a tirare fuori le lucine dai pacchetti mi sono ricordata di quanto può essere bello, il Natale. E la giornata ha preso un altra piega. Mi sono ricordata di quanto adorassi il Natale, di quanto è bello passarlo insieme alle persone che ami, fare l’albero con loro ascoltando le canzoni di Natale. Tutte quelle cose che non dimenticherò mai della mia infanzia, e che ricorderò sempre con il sorriso sulle labbra. Ho anche passato l’ora successiva ad aspettare che sistemasse le luci in maniera maniacale su ogni ramo (ma vabbè questa è un’altra storia) per poter mettere le palline, ma l’atmosfera natalizia era finalmente scesa su di me.

Non è che mio padre adora le luci di Natale, ne è proprio ossessionato. Ogni anno ne compra un tipo nuovo. E quest’anno abbiamo superato ogni limite accettato dal kitsch natalizio: il videoproiettore in esterna che manda fantasie varie sulla facciata della casa, creando una sorta di discoteca interna, dato che le luci entrano dalla vetrata. Ma avrà vita breve, mia madre dopo un ora di disco ha già iniziato a sclerare male.

Il mio telefono.

C’è una cosa che ultimamente il mio telefono fa spesso: di punto in bianco smette di funzionare, si chiude in se stesso e non riesce a rispondere agli stimoli esterni.

Voi direte: è arrivata la sua ora, cambialo! Ma io la vedo (voglio vederla) in maniera un po’ più introspettiva, un po’ più come una sua capacità di entrare in contatto, visceralmente, con il suo possessore, e cioè me. Ad un certo punto della giornata, boom, si assenta, non mi fa più chiamare, mandare sms o aprire WhatsApp (la cosa più tragica). All’inizio è stata dura, mi sentivo fuori dal mondo, impossibilitata a comunicare. Ho capito subito che era un problema di memoria, data la mia incapacità (o non volontà) nel cancellare le foto che inesorabilmente si accumulano, andando ad occupare ogni giga di memoria disponibile. Allora, per liberare spazio e tenermi le foto, ho iniziato ad eliminare le applicazioni, andando per ordine di utilità: le meno usate, fino ai social, Twitter, Facebook e Instagram. Sperando di riuscire a risolvere il problema.

Ma niente. Il mio iPhone continuava a non voler farmi aprire WhatsApp. O meglio, si apriva, riuscivo a leggere chi mi aveva scritto, ma come cliccavo sulla chat, si chiudeva l’applicazione. Dopo un iniziale momento di smarrimento, che non nego essere stato molto brutto, sono passati un paio di giorni e ho iniziato a provare una nuova sensazione: mi sentivo libera! Libera dagli infiniti messaggi che continuavano ad accumularsi nelle chat, libera dal sentirmi in dovere di rispondere, libera dal pensiero di dover controllare la mia home, o di dover andare a vedere le Insta stories dei miei amici. Libera dalle mie social-catene.

La cosa si è poi risolta in fretta, ma ogni tanto succede ancora. E io non vedo l’ora che WhatsApp mi si blocchi. Sono stati giorni bellissimi. E’ come se mi fossi depurata. E’ come se il mio telefono si fosse accorto che ero arrivata ad un limite, e non avrei sopportato altro, e allora ha deciso di fare questa cosa per me: liberarmi. Mi piace vederla così. Mi piace pensare che ci siano dei momenti in cui bisogna bloccarsi, staccarsi ed allontanarsi dal mondo, rimanere soltanto con se stessi, lontano dagli infiniti stimoli esterni, concentrandosi solo su ciò che conta davvero. Ogni tanto ci vuole, ma ce ne dimentichiamo. E per fortuna qualcuno, o qualcosa, ce lo ricorda, e si blocca per noi.