La torta di mele.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio. Almeno avrei imparato a farlo, avrei capito prima che non è così grave, sbagliare. Ché agli sbagli, uno in qualche modo rimedia. Ma non alla paura di sbagliare, che ti lascia immobile e non ti ci fa nemmeno provare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma. Lo so che volevi soltanto proteggermi, ma adesso io non lo so fare, non so sbagliare poco, riesco solo a sbagliare in grande. Quegli errori a cui poi non so più come rimediare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma, non come dicevi tu. Che a fare gli sbagli degli altri, sono bravi tutti. Ma a fare i propri sbagli, è così difficile. Perché poi devi rimboccarti le maniche per capire come uscirne. E sono sbagli tuoi e basta, di cui puoi incolpare te e basta, nessun’altro. Perché sei stato tu a sbagliare.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare di più, sbagliare a modo mio, mamma, non come dicevi tu, che dovevo essere perfetta. E fare le cose bene, nel modo giusto, perché così si fanno. Punto e basta, nessuna replica. E io le facevo, nel modo giusto, cercando di farle bene, con la perenne paura di sbagliare, e le facevo male perché mai a modo mio.

Avresti dovuto lasciarmi sbagliare a preparare quella torta di mele, mamma. Anche se non si monta tutto insieme, ma c’è un procedimento da seguire. Prima le uova con lo zucchero, poi la farina, e il resto. Ché sennò non viene buona. Avresti dovuto farmela venire male, la torta di mele, così imparavo. E invece no, me l’hai fatta fare come dicevi tu, che non è venuta nemmeno poi così male, ma non l’ho fatta come avrei voluto, e mi resta un po’ amara, in bocca.

 

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Carpe Diem

Oggi ho attaccato al muro della camera di mia nonna una scritta, di quelle carine, con i ghirigori. Una frase, in corsivo, nera, due parole: Carpe Diem.

Mia nonna di 72 anni mi ha chiesto di comprarle ed attaccarle in camera questa frase. Mi è sempre piaciuta, ha detto. Non sono stata lì ad annoiarla con la spiegazione del vero significato “oraziano”, perché sentivo che in fondo, le era piuttosto chiaro il senso, al di là del significato letterale. Che anche se non conosce Orazio, ha capito, tutto. E allora l’ho guardata, le ho sorriso e ho realizzato che io invece, non ho capito niente, della mia vita, che continua a sfuggirmi dalle mani, e nonostante tenti in tutti modi di afferrarla, continua a scivolare. Perché è semplicemente più forte, più tenace di me, che cerco inutilmente di oppormi alla corrente, senza capire che devo soltanto lasciarmi trascinare, ed imparare a nuotare nel verso giusto.

Mia nonna, la persona che capisco meno al mondo (dopo mia madre ovviamente), senza dire una parola, come al solito, mi ha fatto capire quanto faccio schifo in questo gioco del vivere. Sì, perché alla fine di un gioco si tratta, che non vince nessuno, ma non fa niente, perché il bello è soltanto giocare, cambiando le regole come più ci piace, andando nella direzione sbagliata, facendo scelte opinabili, perdendo cento volte e ripassando altre mille dal Via.

Nuovi inizi.

C’è una cosa che faccio quando inizio a sentire che la mia vita non gira più nel verso giusto, quando la sento sfuggirmi, quando qualcosa si rompe, o semplicemente sono stufa: metto in ordine la mia scrivania.

Cosa stranissima per me, disordinata cronica che non riuscirebbe a tenere ordinato un metro quadro di casa. Però in certi momenti sento il bisogno di buttare tutto all’aria, sedermi e vedere che davanti a me non c’è nulla: solo possibilità. Ed è quello che ho appena fatto. Sono tornata a casa, sono entrata nella mia stanza e ho letteralmente buttato a terra tutto ciò che c’era sulla scrivania. Mi sono seduta e sono rimasta a fissarla per un po’. Ho capito che mi serve spazio, ordine, tranquillità. Tutte cose che non ho, e che ora voglio trovare.

Un nuovo inizio, ecco di cosa ho bisogno. Anche solo metaforico, un nuovo modo per affrontare le giornate, un nuovo modo di guardare la vita. Adesso ho una scrivania vuota, ma una camera incasinatissima, perché ovviamente è tutto a terra. Ma se non mi giro a guardare, non lo vedo tutto il disordine, non vedo la confusione che c’è, è solo un ricordo, è solo passato.

Le luci di Natale

Non mi sentivo pronta a questo Natale. Un altro Natale, sempre più vuoto, sempre meno da bambina e sempre più da grande. E’ difficile sentire l’atmosfera natalizia man mano che si cresce. E ho sempre avuto paura di diventare un grinch. Quest’anno è stata dura combatterci, ho iniziato a sentire l’ansia-da-Natale ancora prima del previsto, non ero pronta alle canzoni natalizie nei negozi, alle luci per le strade, agli addobbi alle finestre e nelle case, che iniziano a svolazzare sempre troppo presto per i miei gusti.

Ma poi è arrivato l’8 dicembre, che a casa mia significa fare l’albero. La giornata è iniziata male, avevo promesso a mamma che avrei messo a posto la mia stanza, ma mi sono svegliata tardi e con la lentezza che mi ritrovo ci ho messo un secolo. Da giù iniziavano a salire quegli scricchiolii di scotch e scatoloni, il fruscio di rami ed addobbi e io non avevo ancora finito di fare quello che stavo facendo e non potevo mollare la polvere e i vestiti in disordine là dov’erano altrimenti avrei scatenato l’inferno.

Allora, la Cenerentola che è in me, ha avuto pietà ed è finalmente venuta fuori, nascondendo la polvere sotto il letto, i vestiti sgualciti nell’armadio e le cose ammucchiate sulla scrivania nei cassetti e finalmente sono scesa giù in tempo per mettere le ultime tre file di rami. Per la prima volta, da una vita a questa parte, ci siamo ricordati di mettere le luci intorno all’albero ancora prima delle palline e degli addobbi vari, perché oggettivamente più pratico.

Ed è stato lì che si è accesa la magia. Papà adora le luci di Natale, ed io me ne ero dimenticata. Ma quando l’ho visto lì, con quegli occhi da bambino, a tirare fuori le lucine dai pacchetti mi sono ricordata di quanto può essere bello, il Natale. E la giornata ha preso un altra piega. Mi sono ricordata di quanto adorassi il Natale, di quanto è bello passarlo insieme alle persone che ami, fare l’albero con loro ascoltando le canzoni di Natale. Tutte quelle cose che non dimenticherò mai della mia infanzia, e che ricorderò sempre con il sorriso sulle labbra. Ho anche passato l’ora successiva ad aspettare che sistemasse le luci in maniera maniacale su ogni ramo (ma vabbè questa è un’altra storia) per poter mettere le palline, ma l’atmosfera natalizia era finalmente scesa su di me.

Non è che mio padre adora le luci di Natale, ne è proprio ossessionato. Ogni anno ne compra un tipo nuovo. E quest’anno abbiamo superato ogni limite accettato dal kitsch natalizio: il videoproiettore in esterna che manda fantasie varie sulla facciata della casa, creando una sorta di discoteca interna, dato che le luci entrano dalla vetrata. Ma avrà vita breve, mia madre dopo un ora di disco ha già iniziato a sclerare male.

Il mio telefono.

C’è una cosa che ultimamente il mio telefono fa spesso: di punto in bianco smette di funzionare, si chiude in se stesso e non riesce a rispondere agli stimoli esterni.

Voi direte: è arrivata la sua ora, cambialo! Ma io la vedo (voglio vederla) in maniera un po’ più introspettiva, un po’ più come una sua capacità di entrare in contatto, visceralmente, con il suo possessore, e cioè me. Ad un certo punto della giornata, boom, si assenta, non mi fa più chiamare, mandare sms o aprire WhatsApp (la cosa più tragica). All’inizio è stata dura, mi sentivo fuori dal mondo, impossibilitata a comunicare. Ho capito subito che era un problema di memoria, data la mia incapacità (o non volontà) nel cancellare le foto che inesorabilmente si accumulano, andando ad occupare ogni giga di memoria disponibile. Allora, per liberare spazio e tenermi le foto, ho iniziato ad eliminare le applicazioni, andando per ordine di utilità: le meno usate, fino ai social, Twitter, Facebook e Instagram. Sperando di riuscire a risolvere il problema.

Ma niente. Il mio iPhone continuava a non voler farmi aprire WhatsApp. O meglio, si apriva, riuscivo a leggere chi mi aveva scritto, ma come cliccavo sulla chat, si chiudeva l’applicazione. Dopo un iniziale momento di smarrimento, che non nego essere stato molto brutto, sono passati un paio di giorni e ho iniziato a provare una nuova sensazione: mi sentivo libera! Libera dagli infiniti messaggi che continuavano ad accumularsi nelle chat, libera dal sentirmi in dovere di rispondere, libera dal pensiero di dover controllare la mia home, o di dover andare a vedere le Insta stories dei miei amici. Libera dalle mie social-catene.

La cosa si è poi risolta in fretta, ma ogni tanto succede ancora. E io non vedo l’ora che WhatsApp mi si blocchi. Sono stati giorni bellissimi. E’ come se mi fossi depurata. E’ come se il mio telefono si fosse accorto che ero arrivata ad un limite, e non avrei sopportato altro, e allora ha deciso di fare questa cosa per me: liberarmi. Mi piace vederla così. Mi piace pensare che ci siano dei momenti in cui bisogna bloccarsi, staccarsi ed allontanarsi dal mondo, rimanere soltanto con se stessi, lontano dagli infiniti stimoli esterni, concentrandosi solo su ciò che conta davvero. Ogni tanto ci vuole, ma ce ne dimentichiamo. E per fortuna qualcuno, o qualcosa, ce lo ricorda, e si blocca per noi.

la paura di aver paura

Tutti i giorni abbiamo a che fare con quella sensazione che è la paura. C’è chi l’affronta e chi soccombe, chi si arrende ad essa e chi la scaccia via, in un modo o nell’altro ci ritroviamo ad averci a che fare, tutti. Paura di sbagliare, di fallire, di non essere all’altezza, di non fare la cosa giusta, di non essere giusti, paura dei ragni, dei mostri, del buio, paura di ingrassare, di cadere, di morire. Esistono tantissimi tipi di paura e di paure, ma mi sono accorta che quella che mi spaventa di più è la paura di aver paura.

Spesso mi trovo a doverci fare i conti, con la paura. Spesso vince lei, o meglio, la lascio vincere. Mi paralizza, mi mangia da dentro, mi atterra e mi soffoca, finché non sono stesa al suolo, svuotata da tutto. Con il tempo mi sono resa conto che la paura è giusta, ed indispensabile. La giusta dose di paura ci permette di sopravvivere, ci tiene fuori dai guai, lontani dai precipizi e in salvo. La cosa fondamentale è che resti sempre nella giusta quantità, che non sia eccessiva, o anche meno del necessario. Se non la sentissimo saremmo già morti, perché ha a che fare con il nostro spirito di sopravvivenza, ma se ne sentiamo troppa, moriamo lo stesso, perché ci impedisce di vivere.

L’unica cosa non indispensabile è la paura della paura. Io la sento spesso, forse più spesso della paura in sé. Mi sveglio la mattina e mi chiedo se la sento, la paura, e mi rendo conto che quella è esattamente la paura di aver paura. La paura di qualcosa che possa bloccarmi, atterrarmi, ridurmi a uno strato di polvere inutile. Perché la paura di aver paura mi impedisce di avere a che fare con la paura, quella vera, mi impedisce di affrontarla. Ma ho imparato a capirle, e a distinguerle, ho imparato quando è giusto avere paura e quando non lo è, aver paura di avere paura. E allora lì vinco io, posso sentirla e affrontarla, tutta la mia paura. E vincere.

Come un post-it giallo

Da quando i post-it hanno iniziato a staccarsi?

Da piccola, ero una consumatrice seriale di post-it. Ovviamente li scarabocchiavo con cose inutili, al solo infantile piacere di sentire la colla separarsi dal foglietto di sotto e andare a tappezzare qualche parete. La tendenza è rimasta. Soprattutto quella di staccare i pezzi e riattaccarli da qualche altra parte, scombinati e in ordine sparso.

Ma allora i post-it rimanevano ben saldi, fermi, là dove li attaccavo. Ultimamente, invece, mi succede che quando attacco un post-it, dopo 2 minuti si stacca e scivola a terra. E’ una cosa che mi infastidisce tantissimo, perché cazzo, i post-it sono nati per essere attaccati sul muro sul frigo sulla porta sullo specchio, un po’ dappertutto, per ricordarci cose che non vogliamo dimenticare. E loro che fanno? Non si attaccano più, o meglio, ti danno l’illusione di essersi attaccati, lasciano che sposti lo sguardo e via, si scollano e tutti giù per terra. E io lo devo raccogliere e riattaccare, fissarlo con aria minacciosa per vedere se si permette di rifarlo, e lui niente, si stacca ancora e ancora e ancora finché mi arrendo, gliela do vinta e lo lascio a terra, e mi ci siedo accanto inerme, stanca e sconfitta. Già consapevole che ciò che dovevo ricordare l’ho già dimenticato.

Da quando i post.it hanno iniziato a comportarsi come gli esseri umani? Un bel giorno, di punto in bianco, qualcuno ci scrive qualcosa addosso e a noi, dopo un po’, ci si stacca un pezzo, lentamente: prima un angolino, poi l’altro, poi al centro e via, scivoliamo, tutti giù per terra. Ci si scollano i pezzi, giorno dopo giorno, senza che ce ne accorgiamo, pezzo dopo pezzo scivola a terra. Macerie sotto i nostri piedi, che ogni mattina, alzandoci dal letto calpestiamo senza vedere, finché ad un certo punto, eccolo che si stacca un pezzo un po’ più grosso. E sentiamo il tonfo che fa, cadendo a terra, e il vuoto che resta, quando se ne va. Abbassate lo sguardo, quanti post-it avete ai vostri piedi?

Ma se invece fosse colpa nostra? E se questa tendenza autolesionista a staccare post-it dalla pila e attaccarli, scarabocchiati, da un altra parte, li ferisse e allora decidessero di staccarsi dal luogo dove sono stati trapiantati perché no, quella non è casa loro? Lo facciamo anche noi, ci rifiutiamo di accettare la realtà, e allora rompiamo il puzzle, lo spostiamo, cerchiamo nuove combinazioni, nuove tessere che forse abbiamo perso chissà dove, e poi ad un certo punto, da presuntuosi che siamo, le andiamo a ricercare, provando a rimetterle insieme, sperando che combacino ancora nonostante il tempo che è passato. E quando non ci riusciamo, ci lasciamo andare, lasciamo che la colla si stacchi e lentamente scivoliamo a terra, come un post-it giallo.

crema al pistacchio

Apro il frigo e il mio sguardo cade su un barattolo, comprato in vacanza quest’estate: una crema buonissima che sa di cioccolato bianco e pistacchio. E me ne rendo conto, mi si palesa in faccia, che quella è l’unica cosa che mi resta della mia illusione: un barattolino di crema al pistacchio.

Siamo entrati in quel negozio perché era tutto verde, dappertutto c’era scritto “pistacchio” ed era alla base di tutto. Eravamo entrati in quel posto con una nuova cosa in comune, scoperta in quei giorni, la smodata passione proprio per il pistacchio. E ne siamo usciti diversi, e con due cose differenti: lui il pesto e io la crema, lui con la testa, io con la pancia. Come al solito. Perché la pasta è la prima cosa, il pasto importane, quello a cui non puoi rinunciare. Il cornetto no, al cornetto rinunci più facilmente (io no però, e si vede, io rinuncerei alla pasta e mangerei il cornetto, infatti l’ho comprata io la crema), perché è solo un “dolce”.

Ne siamo usciti così: lui salato e io dolce. Come al solito. E quel barattolo è nel frigo da mesi, nessuno lo mangia come se sapessero tutti di non doverlo toccare. Me compresa. E ogni tanto lo guardo e ricordo. Quanto mi sono illusa. Questa volta più di tutte.

E il pistacchio, beh, il pistacchio mi fa venire un brivido alla schiena. E lo adoro un po’ di meno (ma poco eh!).

La verità è che non gli piaci abbastanza.

La verità non è mai una sola.

Questa è la tipica frase che dicono tutti quelli (o meglio, quelle) che devono giustificare qualcuno. Ormai ho smesso da un po’ di vedere le cose bianche o nere, a volte le vedo anche a colori. Ma non è questo il caso. Non in amore. Va bene, non generalizziamo. Anche perché la faccenda è semplice, e in questo caso la verità è una sola ed è che non gli piaci abbastanza.

Niente scuse. Niente giustificazioni. Smettiamo di mentire a noi stesse o di colpevolizzarci. Se non ci vogliono è perché non gli piacciamo abbastanza. Sono uomini, fanno quello che gli dice la testa (o quello che gli passa tra le gambe, dipende dal momento), non sono cucciolotti spaventati,  sanno che fare, è solo che non vogliono farlo perché il gioco non vale la candela, secondo loro. Se non ci chiamano o non ci scrivono è perché non vogliono sentirci, se non ci chiedono di uscire è perché non vogliono uscire con noi. Se ci dicono che per loro siamo delle grandi amiche, ci vogliono bene davvero, come amiche. E’ così maledettamente semplice. Ma puntualmente ce lo dimentichiamo, o forse facciamo finta di dimenticarlo, sperando che questa volta potrebbe essere diverso. Che forse ne abbiamo incontrato uno per cui vale la pena stare lì ad analizzare i suoi comportamenti, cercando di interpretare i suoi sbalzi d’umore, che forse c’ha il ciclo, e le sue parole che forse significano altro o i suoi gesti o gli sguardi ammiccanti, che forse c’aveva il sole negli occhi. Ma che poi quando se ne escono con il “sei proprio una buona amica” ci rinunci per l’ennesima volta, perché sei consapevole che, anche questa volta, la verità ce l’avevi davanti agli occhi ma non l’hai voluta vedere. Che diciamocela tutta, se un uomo tiene a noi, fa di tutto, attraversa il mondo per venire a bussare alla nostra porta.

Ma d’altronde, noi, non facciamo la stessa cosa? In maniera un po’ più articolata, subdola e disonesta, ma se non ci piace qualcuno, nemmeno che è un buon amico gli diciamo!

il Karma irrisolto

Quante volte l’amore dovrà passarci accanto senza vederci?

Inizio a pensare che sia tutta colpa del Karma, o di ciò che abbiamo fatto nella nostra vita precedente, perché sennò non me lo spiego. Il Karma funziona in una maniera davvero semplice: tutto quello che fai ti ritorna. E non è che ti si presenta, bussando, alla porta di casa, no, ti arriva come un meteorite dritto in testa, o se sei “fortunato” in giardino, lasciandoti un bel buco in entrambi i casi. Quindi pensiamoci prima di dire una cosa, che poi ci capiterà lo stesso. Ecco, io vivo con questo terrore: che tutto ciò che dico penso o faccio mi ritorni. La cosa più divertente è che nella mia impulsività, me ne rendo conto solo dopo averle dette pensate o fatte, quelle cose che, state a vedere, mi ritorneranno dritte in faccia. Però sono sempre convinta che è importante esserne consapevoli, almeno ci si prepara.

In ogni caso, sarebbe molto più semplice che qualcuno ci avvertisse prima, ma anche nel mentre, tipo con un cartello, o visto che siamo nel ventunesimo secolo, una notifica non guasterebbe. Della serie: “Ce ne ha messo di tempo a laurearsi” e dopo che accidentalmente ti esce questa frase dalla bocca la tua carriera universitaria inizia a sgretolarsi senza che tu te ne accorga nemmeno; “Cazzo quant’è ingrassata!” e due secondi dopo inizi a gonfiarti tipo palloncino, avendo fatto un respiro un po’ più profondo; quando ti dicono “Ti amo” e tu ti rendi conto di non sentirlo, di non essere pronta e sei sincera e tutto precipita nel baratro; oppure quando senti uscire dalla tua bocca “Scusami, ma è meglio se restiamo amici”  e mentre finisci già sai che sarai la prossima a sentirla del tipo che ti piace. Ecco, diciamo che il Karma, o almeno il mio funziona così. E quindi, tanto per la cronaca sto aspettando di scontare la mia pena, principalmente quella del fatidico restiamo amici. Amici il cazzo, direi. E continuo a chiedermi quante volte dovrò sentirlo, ma non riesco a ricordare esattamente quante volte l’ho detto. E sto pensando che dovrei iniziare ad andare in giro a dire random “Mi piaci” così da farmi dire di restare amici per scontare la mia pena divina, ma mi rendo conto che risulterei alquanto patetica. Quindi aspetto, che il mio Karma irrisolto trovi pace e si risolva da solo.

E penso che l’unica risposta alla domanda che continuo a farmi sia: tutte le volte in cui gli siamo siamo passati accanto, all’amore, e non lo abbiamo visto.

Che poi, se non lo abbiamo visto, era davvero Amore?